Ho visto tutti i film di Martin Scorsese ma confesso di aver accantonato le sue opere a partire dalla metà degli anni Novanta, come se non riuscissero più a restituirmi ciò che gli chiedevo. Per me le tappe decisive restano Taxi Driver (1976), Toro scatenato (1980), Lezioni dal vero (in New York Stories, 1989), Quei bravi ragazzi (1990), e, seppure parzialmente, Casinò (1995). La camminata sbilenca di Robert De Niro sui marciapiedi di New York, l’aria stralunata di Joe Pesci ai bordi della piscina di Brooklyn, lo sguardo perso di Nick Nolte col pennello in mano di fronte alle sue gigantesche tele, la risata istrionica di Ray Liotta, il deserto intorno a Las Vegas, hanno confortato la mia gioventù, quasi quanto certe pagine di Tolstoj e Dostoevskij. Con The Irishman (che verrà trasmesso su Netflix dal 27 novembre) sono tornato, dopo qualche notte artificiale, a riveder le stelle: quelle vere, belle e crudeli come diademi selvaggi, che illuminano la colpa, il peccato, la libertà, l’amicizia tradita, insomma i temi cari alla poetica del grande regista italo-americano. La storia di quest’ultimo capolavoro, ricavato da un testo di Charles Brandt, edito
in Italia da Fazi, usa la malavita mafiosa d’oltreoceano (nell’ottica di una cosca storica come quella dei Bufalino),
dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, in New Jersey, alla maniera di un costume di scena per raccontare la consunzione dei corpi e dei valori – in senso tecnico – coi quali abbiamo vissuto. Il Tempo è una corrente che ci trascina. Ci annichilisce. Ci brucia. Non sapremo mai se ci salveremo o ci perderemo. Possiamo solo scommettere in un senso o nell’altro senza copertura sufficiente, nessuna garanzia.

Ci sono tre perni tematici: il committente (Joe Pesci, sempre più intenso e incartapecorito), il killer (Robert De Niro, è lui Frank Sheeran, l’irlandese che da anziano diventa il portavoce dell’intera vicenda), la vittima (Al Pacino, nel ruolo del sindacalista Jimmy Hoffa, per la prima volta diretto da Scorsese). Sopra di loro l’eminenza grigia (Harvey Keitel, nell’estrema quintessenza del cattivo tenente, supremo cammeo). È come se il cinema americano degli ultimi cent’anni, questo fiume impetuoso di santi e assassini, giudici e vagabondi, criminali e poliziotti, fuggiaschi e ribelli, banditi e predicatori, da Charlot a Joker, con The Irishman fosse arrivato alla foce. Il peso ermeneutico del film ricade tutto sulle spalle di Frank, quando ormai decrepito, ridotto sulla sedia a rotelle, guarda una partita di baseball in televisione nella sala comune dell’ospizio. La figlia, incapace di accettare l’etica sfigurata del padre, lo ha abbandonato: la scena in cui il povero Anchise la va a cercare allo sportello bancario dove lavora, è spietata. I due agenti segreti, che vorrebbero carpirgli la definitiva rivelazione, assomigliano a sprovveduti ragazzetti: acqua fresca sotto i ponti arrugginiti. L’unica persona in grado di percepire l’acida essenza del vecchio gangster è la giovane infermiera che lo accudisce: comunque anche lei non saprebbe come utilizzare quella stralunata sapienza. Siglabile nel seguente modo: non possiamo pretendere, nel cerchio di fuoco della nostra esistenza, di chiudere per davvero i conti. Certe lacerazioni non si ricompongono. Esse resteranno ferite sanguinose, finché non esaleremo l’ultimo respiro. Ma forse è giusto che sia così: altrimenti che vita sarebbe?

In tale prospettiva, tenere la bocca chiusa, stile Frank, oppure svuotare il sacco, come decide di fare Tommaso Buscetta nel Traditore di Marco Bellocchio, non costituisce una reale differenza. Alla fine si muore sempre
come si vive: soli. La classica frase di Joseph Conrad: Martin Scorsese parrebbe controfirmarla. Eppure è talmente forte la passione con cui proclama tale assunto che in cuor suo nemmeno lui ci crede. Resta la speranza, chissà di cosa, simile a un lumicino: quella di tutti noi. Infatti Frank, nella sequenza finale di The Irishman, chiede all’assistente sociale di lasciare leggermente aperta la porta, non si sa mai se per caso arrivasse qualcuno a regalarci un mazzo di fiori.