Il dibattito
Senza condizioni non vuol dire senza regole
Ho letto con attenzione la lettera delle dirigenti del Partito Liberaldemocratico pubblicata ieri sulle pagine de Il Riformista. Capisco la preoccupazione che la attraversa: nessuno vuole costruire un nuovo soggetto politico entrando da ospite nella casa di qualcun altro. Ma credo anche che qui ci sia un equivoco da sciogliere. “Centro senza condizioni” non significa centro senza regole. Non significa consegnarsi ad Azione, accettare una leadership per decreto o rinunciare alla propria identità. Significa una cosa più semplice e, forse, più difficile: sedersi al tavolo senza precondizioni.
Piercamillo Falasca, nel suo intervento di qualche giorno fa, ha posto un dato politico che non ha senso negare. Oggi Azione è il solo partito di quest’area che dispone già delle condizioni minime per presentarsi autonomamente alle elezioni e Carlo Calenda è la figura più riconoscibile dello spazio liberal-riformista. Ma proprio Falasca parlava di una costruzione più ampia e plurale, nella quale il PLD di Luigi Marattin, Spazio Pubblico, Europeisti e le altre esperienze compatibili possano portare storia, idee, organizzazione e consenso, perché l’alternativa sarebbe per Azione una mera corsa alla sopravvivenza e alla testimonianza.
Il punto non è stabilire chi debba arrendersi a chi, visto che a nessuno è chiesto di farlo. È smettere di trattare l’unità come una somma di assicurazioni preventive. Se prima ancora di cominciare servono quote garantite, candidature prenotate, territori assegnati, diritti di veto — o un secondo tavolo pronto nel caso il primo non produca ciò che ciascuno desidera — il soggetto elettorale comune non nascerà mai.
Le dirigenti del PLD propongono priorità programmatiche chiare, regole democratiche, una tabella di marcia e una leadership contendibile. Non vedo in questo una contraddizione con il centro senza condizioni. Vedo, anzi, parte della risposta, cioè una prospettiva di un soggetto politico comune, evidentemente dopo il voto. Il problema nasce quando si pretende di definire prima il valore interno di ciascun soggetto. È un dibattito che rischia di diventare infinito e, soprattutto, autoreferenziale. Prima dobbiamo creare il mercato politico ed elettorale di quest’area; poi discuteremo inevitabilmente di come organizzarne il mercato interno. Se cominciamo dalle quote quando ancora il Polo non esiste, stiamo semplicemente spartendo qualcosa che non abbiamo costruito. Lo stesso vale per i territori. Roma, Milano, Bologna o Parma non sono intercambiabili e non possono essere governate da un algoritmo nazionale. Servono un metodo comune, trasparenza e lealtà reciproca; non l’illusione che ogni scelta locale possa essere definita oggi in anticipo.
C’è poi una ragione più grande per non perdere mesi in questa discussione. Mentre ci misuriamo sulle geometrie del centro, in Europa crescono forze che mettono in discussione l’integrazione europea, il sostegno all’Ucraina e perfino alcuni fondamenti della democrazia liberale. Questo spazio politico non serve per dare una casa a qualche dirigente rimasto senza collocazione. Serve perché esiste una parte del Paese che non vuole scegliere tra nazionalismo e massimalismo, tra populismi di destra e scorciatoie stataliste a sinistra, e che oggi non trova un’offerta politica sufficientemente forte. Per questo, dopo le lettere e gli appelli, io farei una cosa molto semplice: un tavolo. Non per decidere chi comanda, ma per capire se esiste davvero la volontà di costruire. Poche priorità politiche, regole comuni, un calendario e la disponibilità a fidarsi gli uni degli altri. Il “centro senza condizioni” non chiede a nessuno di presentarsi senza identità. Chiede a tutti di presentarsi senza un piano B. Senza condizioni, dunque. Non senza regole.
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