“Aveva un solo obiettivo: che l’arte fosse comprensibile e in questo è stato uno dei migliori”. Vittorio Sgarbi ricorda Philippe Daverio, il critico e divulgatore d’arte scomparso oggi a 70 anni a causa di un tumore, in un’intervista al Foglio. E ricorda 40 anni di “due vite parallele”, di “due fratelli”, caratterizzati da tanti dibattiti, scambi di vedute e un unico litigio, provocato dall’impegno politico e contrapposto dei due.

“Lo conoscevo da più di 40 anni – racconta Sgarbi a Luca Roberto – da quando era partito a Milano come mercante d’arte, in un momento in cui l’arte contemporanea si dibatteva tra ideologia e cupidigia. Lui è stato in grado di inserirsi in quel mondo con le sue caratteristiche naturali, un passo leggero e originale, che lo facevano interprete e lo avrebbero reso celebre prima tra le persone che si occupano d’arte e poi per il grande pubblico”.

Una notorietà possibile grazie ai suoi testi chiari ed esplicativi. “Eravamo gli esponenti di una storia dell’arte popolare e sempre in difesa dei valori stabili – continua Sgarbi – Ed è il motivo per cui poi è riuscito a maneggiare con maestria il mezzo televisivo diventando più uno storico dell’arte che un critico a tutto tondo, con una ricostruzione molto particolare dell’arte italiana, non solo ottocentesca e novecentesca ma anche con affondi nel passato. È stata la perfetta conclusione di un secolo che si era aperto con Adolfo Venturini”.

IL POST SUI SOCIAL – “Daverio era aria libera”, ha scritto Sgarbi su Facebook ricordando il collega e amico. “Nonostante qualche screzio, i nostri rapporti sono stati di grande amicizia. Mentre gli altri erano stati uomini di regime, Daverio è stato uno che si è sporcato le mani con la politica: ci ha messo la faccia – ha conitnuato Sgarbi – Oltre a storico e critico d’arte è stato anche un importante mercante d’arte. E poi aveva capito l’importanza della televisione. Sia io che lui abbiamo fatto politica ma eravamo nell’arte “non politici”; infatti tutti quelli che ce l’hanno con me dicono : “ah, come critico d’arte non si discute, ma non siamo d’accordo su… “ , e questo si può dire anche per lui perché la sua esperienza come assessore leghista non ha determinato una scelta ideologica , come se il mondo dell’arte fosse un “paradiso dell’innocenza”. Ecco, lui e stato in un paradiso dell’innocenza: è certamente il più leggibile, il più godibile, il più piacevole , il più divertente, il più allegro e quindi ci mancherà la felicità , l’allegria il divertimento, il paradosso, rispetto alla seriosità di Celan o di Calvesi: due critici d’arte per pochi. Daverio è stato uno storico al servizio del popolo e quindi lo ha divertito, gli ha raccontato l’arte , lo ha fatto con la televisione. Quindi onore a Daverio”.