Sembrano essere tornati i giorni di un anno fa: della paura, degli ospedali assediati dall’emergenza, del coronavirus in espansione e ancora troppo sconosciuto. Sembra così a leggere le parole dell’infermiera Laura Berti, della terapia intensiva dell’ospedale Maggiore di Bologna, e ripresa dal sito dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche della Provincia di Bologna. “Il fatto che li vedi tutti interi non significa che non siano a pezzi. Se non riesci a essere gentile prova almeno a non essere un idiota”, l’aforisma di Gio Evan che apre la lettera dell’infermiera.

Bologna vive una situazione delicata da diverse settimane. È diventata Zona Rossa prima che diventasse Rossa tutta l’Emilia Romagna a partire da ieri. Il bollettino ieri ha riportato 2.822 nuovi casi nella Regione e a Bologna un incremento di 760 positivi rispetto a ieri, su un totale di 15.767 tamponi. Le vittime causate dalle complicanze del contagio, nel capoluogo, sono state 23 in tutta la provincia. A preoccupare anche le terapie con il cortisone prescritte prematuramente ai positivi che hanno favorito la replicazione virale, l’infezione e le complicazioni e quindi il ricovero di pazienti anche giovani.

“Questa la dedico a noi tutti: infermieri, medici e oss … e a tutti gli altri che non cito altrimenti non finirei più, ma che sono altrettanto importanti”, ha scritto Berti, bolognese di nascita, laureata all’Alma Mater Studiorum, dal 2010 in corsia. “La dedico a noi perché siamo pieni di cicatrici, abbiamo ferite e smagliature dell’anima, perché ci sono morti pazienti fra le mani più spesso di quanto sia umanamente sopportabile. Siamo andati in frantumi talmente tante volte per i ‘nostri’ pazienti che abbiamo perso che non abbiamo più frammenti da riattaccare, le nostre emozioni e la nostra anima ormai sono composte da polvere di stelle per quante volte ci siamo sentiti andare in pezzi senza avere il tempo di metabolizzare.

La dedico a noi perché nonostante le urgenze, i mille ricoveri, gli inghippi, i turni infiniti in cui usciamo stanchi e doloranti abbiamo ancora la forza di ridere tutti insieme. La dedico a noi perché scherziamo, non per mancanza di rispetto, ma perché sappiamo il potere terapeutico delle risate e, laddove, possibile, cerchiamo di far ridere anche i pazienti.

La dedico a noi che vediamo la paura e sentiamo le voci tremanti dei pazienti quando gli si dice che devono essere intubati, la dedico a noi perché continuiamo a tenerli per mano anche quando li si addormenta per intubarli e farli respirare meglio, la dedico a noi perché andiamo a casa cercando di pensare che ce la sentiremo stringere di nuovo la mano, magari trasferendoli in reparti meno critici ben consapevoli che non possiamo averne la certezza.

La dedico a noi che nonostante siamo allo stremo continuiamo a dare il meglio che possiamo. La dedico a noi perché faremo ancora video dove cantiamo e balliamo, non perché non ci sia nulla da fare ma proprio perché abbiamo bisogno anche di alleggerirci il peso sulle spalle con qualche cosa di simpatico. A voi chiediamo solo di usare la testa, di essere responsabili, di aiutarci a uscirne (possibilmente migliori e non peggiori)”.

Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.