Il plotone d’esecuzione che il primo agosto del 2013 puntò le armi e portò a termine l’esecuzione contro l’innocente Silvio Berlusconi, non è stato il primo né l’unico. Anche se quella pronunciata dalla cassazione presieduta da Antonio Esposito, oggi amicone di Marco Travaglio, è stata l’unica sentenza di condanna. Ma ci hanno provato in tanti, almeno una settantina di volte. All’inizio, la palma del vincitore, per costanza e impegno, andò , in una gara senza concorrenti, al procuratore capo di Milano, il dottor Francesco Saverio Borrelli. Berlusconi, dopo l’ultimo defatigante vano tentativo per convincere Mino Martinazzoli a impugnare le redini del defunto pentapartito e candidarsi contro Achille Occhetto alle elezioni del 1994, stava cogitando.

E intanto che lui cogitava se buttarsi in politica e impedire l’arrivo dei “comunisti” a Palazzo Chigi, Borrelli già sentenziava: chi ha scheletri nell’armadio, non si candidi. Intanto che lui sentenziava (benché dovesse sapere che i procuratori indagano, solo i giudici emettono sentenze) , i suoi uffici già lavoravano con il codice penale tra le mani. Era il 12 febbraio (le elezioni saranno il 28 marzo) e al Circolo della stampa il Polo delle libertà presentava le sue liste, quando in Procura volevano già arrestare Berlusconi junior, e ancora Borrelli sentenziava: il voto non ci può fermare, la giustizia è un juke-box, se il gettone è buono la canzone va suonata. Era già partita l’inchiesta sul Milan, la Procura stava già indagando a 360 gradi anche su Standa e Publitalia. Gli uomini della procura della repubblica di Milano, dal palcoscenico dei trionfi dei due anni precedenti, quelli di Mani Pulite in cui ogni regola era saltata ma loro si ritenevano invincibili, avevano affondato i denti nel collo di Silvio Berlusconi e non lo molleranno più. Salvo poi portare a casa anche un bel numero di sconfitte, dal caso Sme fino al processo Ruby, come si vedrà.

Ma nel 1994, se il governo Berlusconi durerà solo otto mesi, il partito dei piemme ebbe sicuramente il suo peso. Dopo la vittoria elettorale del 28 marzo, quando il presidente Scalfaro darà al leader di Forza Italia l’incarico di formare il nuovo governo, ecco che da Milano si leverà di nuovo la voce del dottor Borrelli: se il presidente ci chiama, non potremo dire di no. Peccato fosse stato già chiamato un altro. Così parte la prima raffica di arresti di uomini Fininvest. Mentre i primi mesi di governo scorrono, ecco i due grandi inciampi. Il decreto Biondi sarà ucciso in culla, nel mese di luglio, dall’immagine scarmigliata e scomposta dei procuratori milanesi che dichiaravano senza pudore alcuno di non poter più lavorare in assenza del potere di manetta continua. E poi arrivò novembre, e il presidente del consiglio era a Napoli a presiedere un convegno internazionale sulla criminalità davanti agli alti rappresentanti di 140 Paesi, quando il Corriere amico del Pool dei procuratori sparò tutte le colonne di piombo (o di quel che era) della prima pagina per annunciare che Berlusconi era indagato e convocato da Di Pietro per corruzione della Guardia di finanza.

Fu l’inizio della fine. Quel primo plotone d’esecuzione che si esercitò quell’anno seppe lavorare bene e ancor meglio seppe colpire. Un mese dopo, il primo governo Berlusconi, il primo della seconda repubblica, il primo presieduto da un non politico, era affondato. La storia dirà però quanto pretestuose e politiche fossero quelle accuse di corruzione della Guardia di finanza che avevano acceso un faro di discredito del presidente del consiglio in tutto il mondo. Per tutti e quattro i capi d’accusa la cassazione assolse Silvio Berlusconi “per non aver commesso il fatto”. Ma siamo alla fine del 2001, lui ha vinto di nuovo le elezioni, ma sono passati sette anni e quattro governi in cui il leader di Forza Italia è stato costretto all’opposizione anche grazie a quelle inchieste giudiziarie. Anni in cui la magistratura milanese aveva lavorato a tempo pieno sul proprio indagato preferito.

Iniziano nel 1998 le indagini sul processo forse più politico di tutti, per la caratura e i nomi di quelli che ne furono i protagonisti, quello che riguardava la vicenda Sme, la Società Meridionale di Elettricità che nel lontano 1985 il presidente dell’Iri Romano Prodi (l’unico a scampare a Mani Pulite) voleva vendere in via privilegiata all’imprenditore Carlo de Benedetti, ignorando la presenza di altre cordate concorrenziali, tra cui quella di Barilla, Ferrero e la Fininvest di Berlusconi. Finì che la Sme non fu venduta, ma De Benedetti intentò una causa civile e la perse. Anni dopo qualcuno, in una intricata vicenda di storie politiche e personali, risollevò la storia dal dimenticatoio e la magistratura milanese fu lesta a indagare e fare processare Berlusconi, accusandolo di aver “aggiustato” la causa civile. Anche questa volta, di processo in processo, si arriverà alla cassazione del 2007. Assoluzione con formula piena.

Se vogliamo completare il quadro di una storia che non è ancora finita e che dura da trentasei anni e ha al centro un uomo che si chiama Silvio come nome di battesimo, ma anche Imputato come nome acquisito e non ancora abbandonato, non possiamo trascurare, prima di arrivare alla vicenda del plotone di esecuzione del primo agosto 2013, il “caso Ruby”. Qui c’entra forse poco Borrelli (anche perché nel frattempo era arrivato Edmondo Bruti Liberati a presiedere la procura milanese), ma molto una pm, Ilda Boccassini, che in tutta la vicenda ha saputo mettere insieme tutte le sue pulsioni di donna -non tanto nei confronti dell’Imputato, quanto nei confronti di una serie di ragazze belle e ambiziose- con lo stile investigativo degli uomini della procura della repubblica di Milano.

Quello stile noncurante nei confronti di regole come la competenza territoriale. Oppure, come nel caso Ruby, di interrogare in una certa data la ragazza, di avere, secondo l’ipotesi accusatoria, già elementi per iscrivere Berlusconi nel registro degli indagati, ma di aspettare, indugiare, come se non si fosse sicuri. Ma intanto l’orologio dei termini processuali va a rilento, anzi è fermo e non scade mai. Se l’orologio è fermo i termini non scadono e la prescrizione non arriva mai. Si può indagare all’infinito, spiare, controllare la casa, gli ospiti, le abitudini. Così da luglio si arriva a dicembre, si iscrive l’indagato, e poi d’un tratto è febbraio. E quando il Parlamento nega al procuratore la possibilità di perquisire casa e ufficio del dottor Spinelli, ragioniere di Berlusconi, ecco che l’Imputato viene scaraventato di peso nella gogna mediatica di un processo celebrato con rito immediato, quindi direttamente in aula.

La giustizia non avrà le vesti delle tre componenti del tribunale di primo grado, quelle che Berlusconi chiamerà “comuniste e femministe”, che forse non erano neanche dispiaciute della definizione, ma che si distinsero, come un po’ tutti in questi processi, anche i giudici che poi assolsero, per la loro misoginia e il loro moralismo. Ogni ragazza che aveva frequentato la casa di Arcore non era altro che una puttana. Donne che odiano le altre donne, potremmo dire. Comunque l’altalena delle sentenze andò così: condanna in primo grado, assoluzione in appello e cassazione. Naturalmente non è finita qui, perché da cosa nasce cosa. E Rubi bis e poi ter, e poi chissà. Così come la parte più infamante (e ridicola, se Silvio l’Imputato me lo permette) che, oltre che corrotto e puttaniere vuol vedere in Berlusconi un mandante di stragi mafiose. Il combinato disposto tra la procura di Palermo e quella di Firenze fa aprire tre volte il fascicolo. Ecco la cadenza. Indagato nel 1996, archiviato nel 1998. Indagato nel 2009, archiviato nel 2013. Indagato nel 2019, ancora indagato. Ma aspettiamo l’inevitabile terza archiviazione. Che barba, che noia.

Questa è una parte della storia giudiziaria, cioè politica, di Silvio Berlusconi. Certo, insieme alle tante assoluzioni e proscioglimenti, ci sono le cause andate in prescrizione. Ma questo non è un problema dell’Imputato, ma della magistratura. Quella stessa che passa il tempo a occuparsi della propria carriera, dei propri guadagni e degli intrallazzi politici. La storia dell’Imputato Berlusconi finisce qui. Poi c’è quella del condannato. Che è politica nella sua parte penale, anche se è un tribunale civile a dirci che non ci furono imbrogli né opacità nella compravendita di diritti di film Usa. Ed è politica perché uno di quei giudici che condannarono Berlusconi in Cassazione ce lo ha detto chiaramente.

Ma è ancor più politica la coda che seguì quella sentenza, cioè l’interdizione dai pubblici uffici, la legge Severino dai risvolti assurdi, la sua applicazione retroattiva benché i maggiori costituzionalisti del Paese fossero più che perplessi sulla sua applicabilità a Berlusconi. E un signore che era il segretario del Pd e che si chiama Matteo Renzi, che oggi si dice solidale con il Berlusconi che fu vittima di un plotone di esecuzione. Ma che allora ne preparò uno suo personale, di plotoni, stimolando i suoi senatori a votare in fretta per cacciare Silvio il Condannato dal Senato. Anche questo fa parte delle ingiustizie politiche che Silvio patisce da trentasei anni.