C’è un libro, un bel thriller scritto da Roberto Perrone, il giornalista e scrittore che ha creato il personaggio del colonnello Annibale Canessa, uomo dell’antiterrorismo anni Settanta, che ha come sfondo la strage di Bologna. La copertina rimanda a una stazione (L’estate degli inganni, Rizzoli) con al centro un orologio. L’orologio ha l’ora sbagliata, segna le 12,45 in luogo delle 10,25, il minuto esatto in cui il 2 agosto del 1980 scoppiò la bomba alla stazione di Bologna, che provocò 85 morti e 200 feriti. Ha l’ora sbagliata probabilmente perché, come spiega l’autore del libro, benché i riferimenti a fatti realmente accaduti non siano per niente casuali, si tratta comunque di un’opera di fantasia. Il che, ci pare, è anche il modo migliore di raccontare e di far riflettere, senza avere la pretesa di “rileggere la Storia”.

Se passiamo dal ruolo di chi scrive a quello di chi conduce indagini o addirittura a quello di chi è chiamato a giudicare, notiamo sempre più spesso la totale assenza della consapevolezza del proprio ruolo e l’emergere arrogante della pretesa di “rileggere la Storia”. Ofelè fa el to mesté, si dice a Milano. Vuol dire che il pasticciere deve fare il pasticciere, così come lo scrittore lo scrittore, il magistrato il magistrato. Ma anche che la storia, con la “S” maiuscola o minuscola, deve essere riservata agli storici. Non succede così, soprattutto nelle inchieste che riguardano le stragi.

La tentazione è forte: mettere insieme i pezzi di un castello fatto di complotti, retroscena, mandanti, depistaggi, servizi traditori. E pensare che spesso la realtà potrebbe essere più semplice, ancorché difficile da essere accettata, soprattutto per i parenti delle vittime. Una bomba messa in una banca a un orario in cui si ritiene per errore che l’istituto sia vuoto? Inaccettabile. Perché allora gli assassini potrebbero essere degli sprovveduti più che belve che vogliono veder correre il sangue (pur se spesso non se ne capisce il movente). Un’altra bomba messa sotto i portici di una piazza piena di manifestanti nel giorno in cui improvvisamente piovve e le persone si ripararono proprio dove c’era la bomba? Irriguardoso anche solo porre l’interrogativo.

Quella su cui è molto difficile ci siano dubbi di errori o sventatezza degli assassini è la strage di Bologna. Qualcuno ha messo la bomba dove c’erano persone, ben sapendo che ci sarebbero stati morti e feriti. Ma chi? I processi che si sono svolti fino a ora erano indiziari e fondati su vociferazioni approssimative. Nulla di concreto. E si indaga ancora. In modo ridicolo, verrebbe da dire, se non si trattasse di una strage. Proprio in questi giorni alcuni tra i tanti pubblici ministeri che su quella tragedia hanno indagato, hanno mandato gli avvisi di chiusura indagini. Le ennesime indagini, e sono passati quarant’anni, il tempo di una vita. Infatti i principali indiziati di questa nuova inchiesta sono morti. Senza entrare troppo nel merito (lo ha già fatto benissimo ieri Piero Castellano) delle singole imputazioni, è sufficiente esaminare la composizione del pacchetto completo dei personaggi che i pm vorrebbero portare a processo, per constatare che una volta di più c’è qualche signore in toga che pensa di riscrivere la Storia. Quella che doveva essere la “strage fascista” è diventata faccenda di servizi e di grembiulini.