I manager tedeschi, condannati in Italia per il rogo Thyssenkrupp, andranno in carcere. Il tribunale regionale superiore di Hamm, in Germania, ha respinto il ricorso presentato da Gerald Priegnitz e da Harald Espenhahn, che avevano tentato di opporsi all’esecuzione della condanna ricevuta in Italia. Vi è solo stato un adeguamento della pena al diritto tedesco con conseguente limitazione della condanna a cinque anni, che è la pena massima prevista in quel Paese per omicidio colposo.

La lettura della notizia non può che riportare immediatamente alla mente i tragici fatti di quella notte tra il 5 e 6 dicembre 2007, in cui sette operai trovarono una orribile morte, divorati dalle fiamme, lungo la linea cinque dello stabilimento di Corso Regina Margherita a Torino. Le sentenze hanno stabilito che di quelle morti furono, tra l’altro, responsabili i due manager tedeschi e le stesse sentenze hanno affermato che grave fu la loro colpa. La circostanza che oggi vadano in carcere costituisce, perciò, l’attuazione di quelli che sono i fondamentali principi di uno stato di diritto. L’esecuzione della condanna, inoltre, non può non costituire anche una risposta all’ansia di giustizia dei familiari delle vittime. Ed è, perciò, comprensibile che possano sentirsi, almeno in parte, appagati.

Alcune reazioni degli organi di informazione, tuttavia, sembrano essere addirittura di festa: il carcere come motivo di gioia. Corrisponde una reazione del genere al rispetto dei principi di solidarietà, di rispetto della persona umana che sono, o dovrebbero essere, alla base di uno stato civile e democratico? La risposta è, fermamente, no. La gioia per il carcere altrui ha qualcosa di tribale: è un po’ la danza della tribù che ostenta lo scalpo degli avversari uccisi. La Giustizia non ha niente a che fare con la vendetta e la condanna di una persona, se da un lato è rispettosa del principio di legalità, dall’altra segna un fallimento, non solo individuale ma anche collettivo, come sottintende il principio costituzionale, per il quale le pene devono tendere alla rieducazione del reo. La condanna è di per sé un accadimento triste. Bene lo sanno i Giudici, degni di questo nome, i quali di fronte alla pronuncia di una condanna non sentono soddisfazione, ma anzi avvertono ancora più opprimente il peso della loro responsabilità.