Se n’è andato Fred Bongusto, e già ci manca. Insieme al suo mondo. Aveva scelto di chiamarsi Fred, come Buscaglione, le sue canzoni nulla però hanno mai mostrato del sarcasmo divertito della “criminal song”, legandosi semmai al genere cosiddetto “confidenziale”, note guancia a guancia. Fred, per l’anagrafe era Alfredo Antonio Carlo Buongusto, nato a Campobasso nel 1935, sempre lui, diversamente dal “brutto”, dal non avvenente Arigliano, incarnava in sé la “bella presenza”, il fascino dell’uomo di “fascino”, da ammirare, desiderare, sebbene inavvicinabile, soprattutto per la sua postura distaccata.

C’è quindi da immaginarlo soprattutto al pianoforte, nella penombra in un privè, interprete, di più, incarnazione perfetta presso un campionario di canzoni ideali per i nostri genitori, già, per i grandi, gli adulti, già, per un pubblico composto da persone di maggiore età; un pubblico da privè, da night club, l’ho già detto, o anche da “tavernetta”, o addirittura da “grottino”, il fascino riconosciuto, indiscutibile, garantito dell’ “uomo vissuto” che sembra raccontare ogni cosa per averla provata sulla propria pelle, sulla sua stessa allure. Canzoni perfette composte per restituire sensazioni irripetibili, sentimenti, quel sentimentalismo tutto italiano con un retrogusto d’angostura straniera, canzoni come cocktail… D’altronde, a leggere il menu, la lista del suo repertorio vittorioso nelle hit, accanto a gin e rum, sembra appunto di vedere l’Italia esattamente confidenziale degli ultimi bagliori mondani prima dell’avvento delle discoteche; eccole le sue perle, le gemme canore del boom economico: Una rotonda sul mare del 1964, forse il suo maggiore successo, la sua sigla quasi araldica.

Verranno poi anche Malaga, Spaghetti a Detroit, Amore fermati, Doce doce, Frida, Tre settimane da raccontare, La mia estate con te. Ma “quella rotonda”, su tutte, sembra avere avuto il suo seguito nei versi di «tre settimane da raccontare, agli amici tornando dal mare…», scenario, se non sceneggiatura perfetta perfino per amori al villaggio turistico, tra minigolf e gita in cerca dei souvenir, e serate, appunto, tra “tavernetta” e baretto, con il fascino di lui che sorride, e lei che ha indossato l’abito lungo verde abbagliante delle grandi occasioni per andare a ballare dopo un pomeriggio trascorso al mare.

Fred Bongusto ovvero l’Italia come un belvedere che s’affaccia sull’ideale spiaggia di un mite notturno d’amore, luci soffuse, solo una canzone, certo, ma forse anche un modo di intendere la vita che contempla un tempo storico ancora felice, sereno, da percorrere in spider, gli anni 60 maturi, com’è maturo Fred nel suo ammiccare, fare l’occhiolino, complice degli amori altrui. Accanto a Fred, nell’ideale cielo dell’Italia ancora intatta nel suo stupore da benessere, si intuisce Mina, così mentre il pianoforte del collega sembra quasi di vederlo planare sul mare, Fred nel vento, eppure impeccabile nella sua giacca signorile, la pochette nel taschino, il ciuffo che consegna nuovo fascino ancora.

Fred Bongusto anche lui, a suo modo, è stato un ambasciatore di un Paese di sex symbol, anzi, di “Latin Lover”, lo sguardo che trattiene il compiacimento di sé, Fred lì compiaciuto della propria indole, del proprio sorriso, pronto a fare ancora una volta l’occhiolino; le sue canzoni mai estreme, mai grevi, per quell’altra cosa magari c’è il collega Franco Califano, “caldo” anche lui, ma d’altra specie, d’altro mare, d’altra bocca. Buona.

D’altronde, anche quando fa il verso ai gangster in borsalino, nelle canzoni di Fred Bongusto non si intravede mai l’ombra della mala, piuttosto i nostri padri, i nostri zii, il bicchiere di whisky in mano, proprio loro davanti al giradischi, alle fiches del poker, nell’atto d’abbandonarsi alla propria avventura sentimentale, poco importa se con le nostre madri o piuttosto con amanti segrete, e Fred lì complice, Fred che, come il pianista di Casablanca, continua a suonare il piano e intonare il suo motivo.

L’ho già detto che all’anagrafe si chiamava Alfredo Antonio Carlo, e poi, diversamente dalle apparenze, non era di Detroit e neanche di Bahia, ma ben più prosaicamente nato a Campobasso; ciononostante il suo magico belvedere sembra essersi innalzato sia sul cielo dello Stivale canoro sia su altri confini. Tra le costellazioni delle stagioni dei nostri amori, tra le Vaghe stelle dell’orsa – già, Luchino Visconti ne inserì la voce in quel suo capolavoro – accanto a Marinella di De Andrè, alle Mille bolle blu di Mina, allo Champagne di Peppino di Capri, e perfino insieme alla pistola di Teresa che fa fuoco su quell’altro Fred, c’è anche lui, Bongusto sul trono del proprio pianoforte.