«Questo è il referendum sul fallimento dei partiti. Ma non hanno neanche il coraggio di ammetterlo». Il suo è un possente, lucido, emozionante j’accuse verso coloro che hanno “tolto l’anima” al nostro sistema democratico. E ora s’illudono di ritrovarla con una scelta irresponsabile, un cedimento a una visione populistica che mira a cancellare non qualche scranno in Parlamento, ma qualcosa di molto, molto più importante: la democrazia parlamentare. A sostenerlo è uno degli ultimi “Grandi vecchi”, e grandi per statura politica e non per anzianità acquisita, 93 anni, della politica italiana: Rino Formica. Dar conto di tutti gli incarichi di primo piano, di governo – ministro delle Finanze, dei Trasporti, del Commercio con l’estero, del Lavoro e della previdenza sociale – e di partito, che il senatore Formica ha ricoperto, prenderebbe tutto lo spazio di questa intervista. A dar forza ai suoi ragionamenti, ai suoi giudizi sempre puntuali e taglienti, non è il suo cursus honorum, ma quel mix, un bene oggi introvabile sul mercato della politica italiana, di sentimenti e di ragione. Che Formica offre ai lettori de Il Riformista. Con una passione che ha travolto chi scrive.

Senatore Formica, il referendum sul taglio dei parlamentari…
Lo so, lei vorrebbe sapere come voterò. Ma con Il Riformista, giornale serio, vorrei provare ad andare più in profondità per motivare un “no” che va alle radici di una ferita profonda che rischia di essere mortale per il nostro sistema democratico-parlamentare. Posso?
Certo che sì.
L’ultima pronuncia in materia è stata del Parlamento che ha votato con una maggioranza larghissima, un tempo si sarebbe detto “bulgara”, qualcosa che un democratico, un costituzionalista, un uomo del diritto e di grande sensibilità democratica come Vittorio Onida, ha giustificato affermando che quella larghissima maggioranza è tale da farmi dire che quella riforma è di per sé una riforma accettabile. La domanda è: ma queste forze politiche che nell’ottobre dell’anno scorso hanno espresso l’ultimo voto con una così vasta maggioranza, con la totalità delle forze politiche espresse in Parlamento, perché oggi, sono silenti, esclusa la posizione battagliera dei 5 Stelle, che ha una motivazione completamente diversa da una ragione politica, perché ha una ragione sistematica. Il Movimento 5 Stelle è l’unica delle formazioni politiche in Parlamento che dice “io alla democrazia parlamentare non ci credo”. Esclusa l’unica forza che dal primo momento, pur stando in Parlamento, pur giovandosi del Parlamentando, usando tutti i trasformismi e gli opportunismi di chi sta al governo e deve fare i conti con la vita parlamentare, e tuttavia, come ha proclamato qualche giorno fa Di Maio, che comincia una battaglia politica per la demolizione dei costi della politica – il che significa per la demolizioni dei costi di questa politica, di questo modello politico, di questo sistema politico, cioè del regime democratico-parlamentare e della Costituzione italiana – tutto il resto degli altri partiti non si sono ancora pronunciati…
Come se lo spiega, senatore Formica?
Questa domanda va diretta ai partiti politici. Onida dovrebbe domandare non solo a se stesso ma ai partiti politici, perché voi che meno di un anno fa non avete avuto dubbi nell’esprimere politicamente il vostro voto su questa riforma, oggi tacete? E non tacete semplicemente perché, occasionalmente è venuta fuori la questione. No, perché siamo in presenza addirittura di una data elettorale che è stata spostata. Questa era una pronuncia che dovevate già fare cinque-sei mesi fa, perché il voto era a marzo. Nonostante lo spostamento, anche questi mesi aggiuntivi non sono stati utili e sufficienti per poter avere una pronuncia chiara, netta e precisa. E allora la domanda è: qual è la paura che voi avete nel non esprimervi? Cioè sapete che questa non è una via giusta, ma essa è diventata una opinione ribellistica della società. È una idea populistica, non è una idea popolare.
Su cosa si fonda questo populismo?
Si fonda su un principio: le istituzioni parlamentari, quelle costituzionalmente disegnate, descritte e normate nella nostra Carta costituzionale, che è la Legge delle leggi, sono buone per le élite, non per il popolo, perché il popolo ha altri problemi. Ha i problemi del dramma quotidiano, del vivere, del sopravvivere, cioè ha tolto fiducia in quell’ordinamento “elitario”. Ma le costituzioni forti, le costituzioni democratiche, sono scritte dalle élite però vivono con l’anima del popolo! La nostra Costituzione non fu scritta in piazza, la nostra Costituzione fu scritta da dieci persone, dal comitato di redazione della commissione. Fu dibattuta nell’ambito dell’Assemblea costituente, ma con un largo rapporto di fiducia tra popolo e rappresentanti. Il popolo non partecipò alla discussione, perché la fiducia dopo la guerra di resistenza, dopo la fine della guerra, dopo il referendum repubblicano, dopo il cambio del sistema istituzionale del Paese, la fiducia tra il popolo e la sua classe dirigente era totale, assoluta! Perché oggi la Costituzione ha perso l’anima popolare? Perché ha perso quella vitalità che fa forti i rappresentanti. La rappresentanza è indebolita, ma invece di andare alle cause, alle radici delle ragioni del perché la rappresentanza è inaridita, è caduta soprattutto di qualità e di capacità di sintonia con l’anima popolare, si cercano improvvide scorciatoie. Noi ci troviamo di fronte ad una situazione nuova, dove la risposta non è una risposta di più alta maturità democratica da recuperare nella società e nelle istituzioni e nell’ordinamento dove si è persa l’anima popolare, ma è quella di semplificare. È come se domani si dicesse: “nell’informazione ci sono delle cose che non vanno. L’informazione va male perché ci sono molte manipolazioni, molti squilibri al suo interno, c’è molta intrusione di poteri deformanti”, e allora invece di andare alle radici profonde del recupero della vita democratica, dell’essenza democratica, della linfa democratica, dell’informazione, si dicesse, beh, allora riduciamo il numero dei giornali. Si dice: nella giustizia vi sono delle difficoltà. È verissimo, basta guardare a quello che è successo all’interno del Consiglio superiore della magistratura, e allora, sai che facciamo, riduciamo le sedi dell’amministrazione della giustizia, riduciamo i giudici, riduciamo le udienze… Certo, se si riduce il numero delle sentenze, ci saranno meno sentenze sbagliate ma ci sarà maggiore ingiustizia. Il mio ragionamento è: perché c’è questa profonda crisi di carattere costituzionale del Paese? Perché la Legge delle leggi, che regola uno Stato, che è fondato su un territorio, su un popolo, su una sovranità. Questo Stato è fondato su un territorio. Noi nel ’46-’48, quando ci siam dati la Costituzione avevamo tutto: lo Stato era l’Italia, il popolo era il popolo unificato dell’Italia, la sovranità era la Repubblica italiana. In questi settant’anni e più è avvenuto che la Costituzione, che era la Costituzione dello Stato-nazione così come fu votato con il referendum del 1946 e con la Carta costituzionale del ’48. Il fatto è che in questi settantatre anni noi abbiamo avuto almeno tre costituzioni a reggere la vita del nostro Paese.
Vale a dire?
Abbiamo avuto innanzitutto la Costituzione del ’48, la costituzione materiale, quella che Mortati chiamava la costituzione materiale, cioè la costituzione che da costituzione scritta è diventata costituzione vivente, quella applicata nella realtà, dove delle norme hanno trovato la loro interpretazione e applicazione modificative. E poi c’è stata la “sovra costituzione” dei trattati e delle corti. La costituzione dei trattati e delle corti ha allargato il territorio dello Stato-nazione, non abbiamo più l’Italia sola ma uno Stato allargato, non si rivolge più al solo popolo italiano ma al popolo europeo, sovranazionale; ha tolto sovranità nazionali, le ha portate a livello sovranazionale alcune sovranità, ma la conciliazione ed integrazione tra la costituzione nazionale e quella che si andava costruendo come costituzione sovranazionale, questo rapporto, non è diventato un rapporto costruito dal popolo. Il popolo rinunciava a diritti di sovranità ma non al controllo democratico della sovranità che cedeva. Del resto, l’Europa una costituzione tentò di darsela, ma fu bocciata in Francia e la cosa finì lì. Noi ci troviamo di fronte ad una situazione nella quale di fatto vi è una costituzione sovranazionale che si compone attraverso le sentenze delle corti o le applicazioni normative dei trattati, e non entra in sintonia con l’anima popolare. La perdita dell’anima popolare avviene in questo impatto tra costituzione nazionale che doveva espandersi come costituzione sovranazionale e blocco della costituzione sovranazionale senza anima popolare. La radice è lì, non è nel numero! Il rischio è che il trascinamento di questa semplificazione populistica, “riduciamo il numero!”, produrrà una riduzione delle istituzioni. E allora questa costituzione invece di riformarsi è demolita a morsi. La mattina un populista si alza e tira un morso e mangia un pezzo di costituzione. Il popolo avrà l’illusione che gli è stato tolto questo peso di una costituzione senz’anima, e si troverà senza Costituzione e con l’anima dannata.
Per ricostruire quest’anima di cosa ci sarebbe bisogno?
Torniamo alla domanda delle domande: perché i partiti sono silenti? Perché vi vergognate di ciò che avete fatto? O recuperate l’anima o è meglio che sgomberino i partiti, piuttosto che le istituzioni. Se i partiti muoiono, scusate il francesismo, non ce ne fotte niente, ma che le istituzioni muoiono interessa molto il futuro del popolo, interessa l’anima popolare, perché l’anima popolare è l’anima perenne, cioè è quello che noi chiamiamo futuro delle nuove generazioni. Il futuro delle nuove generazioni è lo sviluppo dell’anima popolare. Mi lasci aggiungere con grande amarezza che è davvero avvilente assistere allo spettacolo di partiti che si vergognano di esporsi e di fare i conti con il degrado della vita parlamentare che hanno contribuito a determinare. Oramai le indicazioni hanno il valore degli ordini del giorno che si davano per contentino quando veniva abolita la discussione su una legge. Fai un odg… Sa dove è il vero tradimento del Parlamento? Il Parlamento, nella Costituzione italiana ha un punto cardine, laddove si dice cosa deve fare, quando dice che le leggi vanno approvate per singoli articoli e votando i singoli emendamenti. Attualmente, tutto viene approvato in blocco. E allora quando il popolo si accorge che il suo controllo non esiste più e che è stato anche espropriato a livello sovranazionale, senza che questo esproprio comportasse una nuova vigilanza democratica sovranazionale del popolo che aveva ceduto sovranità, il popolo si distacca e la Costituzione perde l’anima. Diciamola tutta: questo è un referendum sul fallimento dei partiti.