Sorpresa: il referendum sul taglio dei parlamentari non ha più le firme necessarie. I promotori del Referendum costituzionale sulla riforma che taglia il numero dei parlamentari, all’ultimo, non si sono presentati in Cassazione per il deposito dei documenti. Il motivo è semplice: alcuni senatori dei 64 necessari per chiedere la consultazione popolare, come prevede la Costituzione, ovvero almeno un quinto degli eletti di una delle due Camere, hanno ritirato la loro firma. Tutto in stand by, quindi, in attesa di capire se altre firme si aggiungeranno per “compensare” le defezioni. La sensazione, o meglio il sospetto, è che si voglia andare a votare presto, come sempre è successo all’indomani dell’accordo su una nuova legge elettorale. Il referendum in effetti costituisce un effetto-freno rispetto alla possibilità di andare al voto immediatamente, e dunque l’idea che si fa strada è che la tentazione delle urne avrebbe ormai conquistato molti, tra maggioranza e opposizione. «Più d’un sospetto – alza il tiro la deputata azzurra Deborah Bergamini, prima firmataria del referendum – sembra proprio ci si prepari a interrompere la legislatura per tornare al voto».

Al momento, dai verbali dei Senatori che ci hanno ripensato emerge il comportamento concertato tra i quattro Senatori di Forza Italia vicini alla vicepresidente azzurra di Montecitorio, Mara Carfagna. I quattro azzurri si sono “autodenunciati”, motivando in una nota congiunta le ragioni della retromarcia: «Oggi abbiamo preso una decisione importante, impedire a qualcuno di farsi prendere dalla tentazione di andare a votare senza ridurre prima il numero dei parlamentari», fanno Franco Dal Mas, Massimo Mallegni, Laura Stabile e Barbara Masini. Ma potrebbero venire meno anche le firme dei senatori dem. È in corso, fanno sapere fonti parlamentari, una riflessione, alla luce dell’avvio dell’iter alla Camera della riforma elettorale, il cui testo, a prima firma Giuseppe Brescia, è stato depositato oggi. Le firme Pd sono dei senatori Tommaso Nannicini, Francesco Verducci, Roberto Rampi, Vincenzo D’Arienzo, Francesco Giacobbe, Gianni Pittella e Tatiana Rojc. Questi ultimi hanno smentito di averci ripensato.

La senatrice Rojc è veemente: «Ho sottoscritto con convinzione la richiesta di referendum e non intendo ritirare la mia firma. Sono stupita che qualcuno abbia pensato a un mio voltafaccia. Le ragioni che mi hanno indotto a firmare con convinzione sono più che mai attuali». Bergamini, Forza Italia, ribadisce la necessità del confronto referendario, al di là dei tatticismi: «Ho promosso il referendum perché non si può legare la trasformazione del Parlamento italiano a un grande spot elettorale del M5S. Il taglio dei parlamentari riduce la rappresentanza politica e la capacità di deputati e senatori di stare in contatto con le realtà degli elettori e dei territori. Il taglio ridurrebbe l’Italia ad essere il paese europeo con la quota di rappresentanza più esigua per numero di elettori. Bisogna dirsi se si crede ancora nella democrazia rappresentativa o se si vuole andare verso un altro modello, e il Referendum è la grande occasione di confronto pubblico necessaria e direi indispensabile».

Ma l’accordo sulla legge elettorale c’è e mette d’accordo tutti. Il via libera è stato segnato dal deposito alla Camera del testo a prima firma del presidente della commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia: un intervento sul Rosatellum che elimina i collegi uninominali (salvo Val d’Aosta e Trentino Alto-Adige) e quindi le coalizioni pre-elettorali, facendo diventare la competizione esclusivamente tra le liste. Una riforma che alza la soglia di sbarramento nazionale oggi prevista in entrambe le Camere, portandola al 5%.

E prevede un diritto di tribuna per le forze minori che ottengano alla Camera tre quozienti in almeno due Regioni e al Senato in una Regione. «Diritto di Tribuna significa che chi arriva a quella soglia si tiene i seggi presi con i quozienti pieni», specifica il costituzionalista Stefano Ceccanti. Il resto rimane invariato, a partire dalle liste bloccate corte. Nettamente negativo il giudizio della Lega: «Il Pd ha nostalgia della vecchia politica e dei ribaltoni e vuole tornare al proporzionale», afferma Matteo Salvini. Se però si andasse a votare presto, par di capire, a Salvini non dispiacerebbe affatto.