Ci fu un’epoca felice in cui la parola “narrativa” non esisteva. E neanche “narrazione” come suo pallido sostituto. Al massimo, la “Narrativa” era la targhetta da libreria per separare i libri di filosofi a dai polizieschi. Poi però a causa del fenomeno Erasmus una generazione ha cominciato a sostituire “obbligatorio” con mandatory e non vi dico i whatever it takes. Ma laggiù, sulle rive del New York Times, si annidava la maledetta “narrative”. Sembra la nostra narrativa, ma è quell’altra cosa che ormai ci impesta. Da un decennio i viaggiatori da e per Bruxelles avevano già scoperto la parola “dossier”, che è francese, ma è passata all’inglese e non puoi più dire argomento, fascicolo, questione. Dossier is a dossier. Amen. E agenda naturalmente. Non la famosa agenda rossa di Borsellino in cui ci doveva essere una massa di informazioni passategli dall’amico-fratello Giovanni Falcone mentre inquisiva il riciclaggio del tesoro russo in Italia che ha portato al trionfo degli oligarchi nell’ex Unione Sovietica. No, l’Agenda che è spuntata in Italia è proprio quel che si intende con il significato latino: “le cose da fare”, e non “come fare le cose”. Quello, semmai, è il manuale delle giovani marmotte. Di qui l’equivoco: Draghi ha una “agenda” segreta? È una palese idiozia. “Di che colore?”, chiedono a destra. “Rosso”, rispondono a sinistra. Avete sbagliato tutti, dice Draghi: l’agenda sono io, perché sono credibile, inutile affollarsi da Buffetti.

La “narrazione”, traduzione italiana di “narrative” (la cui “V” va pronunciata “F” se usiamo l’inglese British) oggi tutti abbiamo capito che cosa sia: non il veritiero ed attendibile racconto dei fatti come accaddero, senza omissioni, aggiunte e manipolazioni. No. La narrazione è una edizione di uno o più eventi, dopo essere stati sistemati in uno “script” (sceneggiatura). La sequenza dei fatti che accadono, delle parole che si dicono e scrivono, delle immagini che si raccolgono ha poco senso finché una parte di questi materiali non è tratta in modo tale da collegare, integrare, accordare alterare forzare, scoraggiare con elementi dubitativi capaci di far vacillare un’opinione formata mettendola in crisi. Questo Covid andava trattato con vaccini e mascherine, precauzioni e disciplina, oppure alla Boris Johnson che se l’è beccato due volte e alla fine ha dovuto dimettersi dopo con una campagna mediatica da molti considerata di scuola russa? Non lo sappiamo. Dipende da come scriviamo, impaginiamo, titoliamo, poniamo l’enfasi del bene e carichiamo lo stigma del male, ovvero glissiamo, deridiamo, omettiamo.

È insieme una artigianalità e un doppio fondo. Il pubblico pagante e la pubblicità che lo insegue chiedono emozioni. I talk show italiani hanno necessità di rissa gridata per far salire l’Auditel e l’importanza degli argomenti o della qualità di quel che viene detto è assolutamente secondaria e anzi spesso di gran fastidio. Quando, dopo molti anni sono tornato a dirigere un giornale di provincia, ho scoperto che da decenni la ricerca delle informazioni è sostituita dai social nutriti da versioni già manipolate. L’operazione più antica e riuscita fu quella di Virgilio che per conto di Ottaviano inventò una storia di Roma che legasse il suo editore alla dea Venere per costruire un passato del suo committente che lo rendesse discendente di Enea e di zia Venere. Il vincitore nella sanguinosa rissa militare che seguì l’assassinio di Cesare, aveva scelto per sé un titolo preso in prestito dal verbo “augeo” che vuol dire aumentare e si battezzò l’aumentatore, Augustus per potersi aumentare patrimoni e un curriculum vitae.

Vladimir Putin sta riscrivendo la storia per quelle migliaia di ucraini che ha catturato e deportato in lontani villaggi, cambiando i loro nomi, lingua e libri di storia. Usando cioè la stessa tecnica sperimentata da Mussolini con gli abitanti del Sud Tirolo. Aveva trovato un accordo con Hitler con cui si consentiva agli abitanti di lingua tedesca dell’Alto Adige di trasferirsi in Germania. Chi rimaneva avrebbe dovuto accettare l’annichilimento dei nomi così come il paesaggio: il lago Carer See sarebbe diventato lago di Carezza e la polizia fascista si sarebbe trasformata in polizia etnica. Per questo i sudtirolesi hanno un ricordo abominevole del fascismo italiano. Si può modificare il ricordo della storia recente? È proprio per questo che serve la narrazione, o narrative, che prima si chiamava “linea editoriale”. La narrazione è la propaganda.

E questo prodotto, la narrazione che diventa propaganda, fu ciò che avvenne a Repubblica, di cui ancora molto si parla in seguito alla morte di Eugenio Scalfari. E poiché oggi sono pochissimi gli antichi protagonisti sopravvissuti di quell’epoca, a discettare Repubblica sono specialmente coloro che non furono tra quelle mura, che non sospesero la loro vita nelle lunghe e straordinarie mattinate, quando tutto l’universo, la storia, la politica, l’arte, l’economia, la cronaca nera, la poesia e la matematica passavano al vaglio di una ciurma capitanata da Scalfari prima che arrivassero trasferimenti a ondate dal quotidiano del Pci Paese Sera, contrattati direttamente a Botteghe Oscure. Avevo parecchi amici in quel giornale che mi raccontavano come si formassero le liste dei candidabili. Fra cui lo staff dei redattori capo, guidato dal livornese Franco Magagnini, che prima cosa – e giustamente dal loro punto di vista – espulse me dal gruppo dei redattori capo, poiché rappresentavo il nucleo iniziale dei socialisti ribelli e degli extraparlamentari.

Cito questo episodio solo per dire che Repubblica, su cui si appuntavano tutti gli occhi dei politici che speravano di orientare questo clamoroso giornale dove volevano loro, vedevano un continuo ondeggiamento politico che durò per anni prima di stabilizzarsi ma di cui una sola cosa era sicura: il giornale dettava legge a tutti gli altri giornali quanto a narrazione, o “narrative” o propaganda. Tutto era confezionato genialmente e in modo orientato, ogni storia aveva senso nel suo senso politico ed era inebriante surfare. Con spregiudicata leggerezza i fatti sui quali i giornali tradizionali avevano i piedi di piombo. Noi eravamo corsari perché di tutto avevano obbligo, fuorché dire la verità. Eugenio Scalfari lo teorizzava: “Noi facciamo campagne: abbiamo un nemico e siamo un vascello da guerra”. Poiché gli anni Ottanta furono quelli dell’orientamento sdraiato sul Pci di Enrico Berlinguer, io mi stufai dopo un po’ e fui mandato a dare una mano a Nello Ajello che guidava il supplemento Satyricon in cui scrissi un pezzo su una ministra dei beni culturali che si dovette dimettere perché diceva seriamente “A ogni Pier sospinto”.

Un esempio recente? Alberto Sordi in versione nobile romano reazionario e antisemita. Che cosa ricordano tutti per immediata associazione? Il celebre verso “Io so’ io e voi nun siete un cazzo”. Quel verso è il marchio del film e dell’epoca e sullo schermo lo declama magistralmente e con disprezzo Sordi. Purtroppo, quel verso non c’entra niente col marchese del Grillo perché fa parte di un sonetto di Giuseppe Giachino Belli sulla Restaurazione: quando il re mandò il suo boia a leggere nelle piazze il nuovo editto dei principi restaurati che diceva “io so’ io e voi non siete un cazzo, sori vassalli buggiaroni, e zitto^ Io la vita nun ve la do: io ve l’affitto… E il popolo chinava la testa mormorando “è vero, è vero”. Non riuscirete a far capire ad inglesi e americani che l’espressione latina “Qui pro quo” vuol dire fischi per fiaschi, lucciole per lanterne, e non vuol dire “io ti do questo, tu dammi quello”, che semmai sarebbe “Do ut des”.

Schiodare dai pregiudizi politici ma anche linguistici o tradizionali di un gruppo è un’impresa quasi impossibile. E riconoscere un prodotto avanzatissimo della manipolazione che è qualcosa di più di una bugia, è quasi impossibile. Una fabbricazione non è una menzogna, ma un’opera giardiniera come i bonsai: non è affatto un diverso punto di vista, una narrazione alternativa o come anche si dice pudicamente in Italia una “linea editoriale”. Una fabbricazione è un fondale di realtà inventata. molto simile a quello vero, ma con alcune correzioni che lo rendono diverso. Come mai? Perché di più in Italia che altrove nel mondo occidentale? L’Italia uscì dalla guerra divisa da zone di influenza: militari, ideologiche e religiose, in bilico sul crinale di una guerra civile che ancora cova sotto le ceneri e che ha dovuto essere costantemente disinnescata attraverso compromessi.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.