Perquisizioni all’alba, carabinieri del Ros alla porta, e un nome che torna a circolare negli ambienti dell’intelligence con tutto il peso che comporta: Giuseppe Del Deo, già vice direttore del Dis e con un passato nell’Aisi, è indagato nell’ambito dell’inchiesta romana sulla cosiddetta “Squadra Fiore”, il presunto network clandestino composto da ex appartenenti alle forze dell’ordine e accusato di confezionare dossier su commissione.

Il terremoto

L’attività investigativa è coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Stefano Pesci. Si è così creato un terremoto tale da portare il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi, Alfredo Mantovano, a conferire con urgenza con il Presidente della Repubblica.

Le accuse a Del Deo e gli indagati

Le accuse a Del Deo sono pesanti: peculato in concorso e accesso abusivo a sistemi informatici. Con lui risultano indagati Carmine Saladino, presidente della società Sind, e i consiglieri Enrico Fincati e Nicola Franzoso. La Sind è una realtà operante nel settore dei sistemi software e hardware, specializzata in riconoscimento biometrico, e fornitrice di tecnologie alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Secondo quanto ricostruito dal Ros, nel 2023 sarebbero stati sottratti fondi dell’Aisi per diversi milioni di euro, destinati a pagare un contratto di fornitura mai eseguito. Non è tutto. Nelle intercettazioni agli atti dell’inchiesta emerge un quadro che va ben oltre il singolo episodio. Un teste, dipendente della Presidenza del Consiglio e addetto a un reparto dei Servizi, ha dichiarato come fosse «notorio, in ambiente dei servizi», che Del Deo avesse «una grande disponibilità di soldi e ampio potere di disposizione di risorse pubbliche». Nelle conversazioni intercettate si parla di un ammanco di circa 7-8 milioni di euro verificatosi quando Del Deo era a capo del Reparto economico finanziario dell’Agenzia. Sempre secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, Del Deo avrebbe avuto “un potere di fatto di negoziazione con i fornitori tanto da determinare l’importo delle fatture”, rivendicando come scelta personale l’emissione di documenti fiscali con descrizioni volutamente generiche. Gli investigatori avrebbero anche ricostruito «forti intrecci di interessi economici» a partire dal 2012 tra Del Deo e altri due imprenditori indagati, in un parallelismo stretto tra carriere imprenditoriali e percorso professionale del funzionario pubblico.

I “casini dal Vaticano”

Tra gli elementi più opachi dell’inchiesta c’è un dialogo intercettato il 23 dicembre 2024 tra il teste e Rosario Bonomo, ex appartenente alla Guardia di Finanza in servizio alla Presidenza del Consiglio dal 2011 al 2015, anch’egli indagato. I due parlano dei rapporti che i Servizi avrebbero con il Vaticano. Il teste riferisce di essere a conoscenza che persone chiamate “i neri di Del Deo” avrebbero fatto “casini dal Vaticano”. Un dettaglio che il decreto di perquisizione riporta con linguaggio prudente, ma che proietta l’inchiesta in una dimensione ancora più delicata. Bonomo, stando alle dichiarazioni del teste, aveva lavorato alle dipendenze del generale Luigi De Lisi — indagato in concorso con Giuliano Tavaroli e Rosario Bonomi — e aveva acquistato apparecchiature da 6.000 euro per effettuare “bonifiche”, svolgendo nel frattempo attività da investigatore privato. Millantava, secondo il racconto, “ampia disponibilità economica” e volontà di aprire un ufficio a Dubai.

L’inchiesta tocca anche Cassa Depositi e Prestiti

L’inchiesta tocca anche Cassa Depositi e Prestiti, azionista attraverso Cdp Equity Spa di una società acquirente coinvolta in un’operazione sospetta. Secondo la procura, un imprenditore avrebbe gonfiato i valori di fatturato nel conto economico 2023 per oltre 40 milioni di euro, alterando l’Ebitda e ottenendo così una componente aggiuntiva di prezzo — la cosiddetta clausola di “earn-out” — per circa 8 milioni non dovuti. Un danno diretto anche a un soggetto partecipato dal Ministero dell’Economia.

Le prime indiscrezioni sulla Squadra Fiore

A tutto questo si aggiunge un elemento istituzionale di rilievo: il Copasir aveva già avanzato richiesta degli atti alla procura nei mesi scorsi, quando le prime indiscrezioni sulla Squadra Fiore cominciarono a circolare. Oggi, con le perquisizioni del Ros e i nuovi sviluppi, quegli atti — quelli non coperti da segreto istruttorio — potrebbero finalmente arrivare al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.

La trappola dell’Autogrill

Se la ricostruzione dovesse trovare riscontri, potrebbe leggersi sotto una luce nuova una vicenda misteriosa e inquietante mai chiarita. La trappola dell’Autogrill — su cui forse le scorte di Matteo Renzi e di Marco Mancini potrebbero ora aiutarci a capire — venne ordita nel dicembre 2020 e resa nota grazie a Report, nel maggio 2021. Mancini era Capo Reparto amministrativo del Dis fino al 2021. Un dirigente piuttosto rigoroso, sui conti: Aisi e Aise hanno un’amministrazione accentrata al Dis, e fino a quella sua rimozione improvvisa non risultano, agli atti, ammanchi di alcun tipo. Bisognerebbe ripartire da lì, per capire un po’ di più quello che può essere accaduto. Anche perché se la numero uno dei servizi italiani nel novembre 2022, Elisabetta Belloni, aveva opposto il segreto di Stato sulle eventuali correlazioni tra appartenenti a vario titolo agli apparati di intelligence e la redazione di Report, oggi quel segreto di Stato è stato rimosso da Giorgia Meloni. E diventa dunque possibile — almeno in linea teorica — tornare ad aprire quel capitolo per capire chi o cosa abbia messo in quiescenza anticipata, con tanta lena, il Capo Reparto amministrativo del Dis, cinque anni fa.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.