Se fosse una serie tv, saremmo alla spettacolare contromossa orchestrata da barbe finte per contenere e respingere il competitor interno in lotta per la leadership del movimento. Poiché siamo nella realtà della politica italiana, possiamo dire che “il caso”, con un tempismo straordinario, rimette le cose a posto. Nel senso che strozza in culla il tentativo di un quasi putsch interno in casa 5 Stelle. Rinvia una scissione che resta però nei fatti. Toglie il megafono alla chiamata alle armi di Alessandro Di Battista per «un movimento che torni alle sue origini e al rispetto delle regole» a cominciare dalla nomina di un nuovo capo politico in grado di ridare anima e sostanza alle stelle del Movimento. Infine, rimette al centro della partita, con palla al piede, Giuseppe Conte, Beppe Grillo e l’ala governista del Movimento. Succede tutto in 24 ore. Che conviene provare a raccontare dalla fine. Ieri mattina il quotidiano spagnolo ABC pubblica in prima pagina con tanto di prova fotografica una notizia che è una vera bomba: nel 2010 il regime venezuelano di Ugo Chavez avrebbe finanziato il Movimento 5 Stelle con la bellezza di 3 milioni e mezzo di euro. Seguono dettagli della “notizia”.

L’attuale presidente del Venezuela e all’epoca ministro degli Esteri Maduro avrebbe spedito una valigetta al consolato venezuelano a Milano dove poi sarebbe stata consegnata a Gianroberto Casaleggio promotore, secondo l’informativa, «di un movimento rivoluzionario e anticapitalista di sinistra nella Repubblica italiana». ABC cita documenti classificati top secret dall’intelligence militare venezuelana. In quelle carte si spiega che il console venezuelano a Milano, Gian Carlo di Martino sarebbe stato l’intermediario della valigetta consegnata a Casaleggio. I soldi sono stati inviati «in modo sicuro attraverso un bagaglio diplomatico» e provenivano dai fondi riservati amministrati dall’allora ministro dell’Interno Tareck el Aissami, un fedelissimo di Muduro. Il dossier dell’intelligence porta la firma di Hugo Carvajal, generale latitante dal 2019, ricercato dagli Usa che Maduro ha espulso e proclamato traditore per il suo sostegno a Juan Guaido.

Nel 2010, la valigetta creò anche un problema interno alla diplomazia venezuelana perché era stata trovata dall’addetto militare che ne aveva informato Carvajal. Questi lo avrebbe tranquillizzato con un dispaccio in cui affermava: «Sono state impartite istruzioni verbali al nostro funzionario in Italia per non continuare a riferire sulla questione, che potrebbe diventare un problema diplomatico» tra Italia e Venezuela. Questi i punti essenziali della ricostruzione del giornale spagnolo sparata ieri mattina per colazione nell’edizione on line.

Al netto delle querele per diffamazione che sono state promesse dai vertici del Movimento e dal console venezuelano a Milano, anche il più inesperto di spy story capisce che in un mondo di ombre e sospetti e scarsa democrazia quale è il Venezuela, si tratta di una notizia “perfetta”: non è verificabile alla fonte, cioè con l’intelligence; i contanti non lasciano traccia; sono morti il datore e il destinatario dei soldi, Chavez e Gianroberto Casaleggio. L’unica cosa vera, sono le simpatie rivendicate spesso dai vertici del Movimento, a cominciare da Di Battista per finire con l’attuale sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, nei confronti di Chavez prima e Maduro poi. Indimenticabili alcuni passaggi della storia recente, dal convegno organizzato alla Camera nel 2015 in cui un relatore plaudì “al governo Maduro” alla delegazione M5s che nel 2017 volò a Caracas per commemorare Chavez. Il contesto, nel cucinare falsi dossier, sappiamo essere prezioso come l’aria. Se qualcosa è possibile, in un attimo diventa probabile.

Comunque, tra secche smentite del console del Venezuela, di Casaleggio jr, di Crimi, Bonafede e di tutto il vertice pentastellato e altrettanto secche conferme della direzione del giornale spagnolo, il risultato è che l’ultimatum consegnato domenica da Di Battista a Conte si è dissolto ieri in giornata come neve al sole. Ed ecco che il tempismo nella propalazione del dossier venezuelano diventa quasi la vera notizia. Da giorni Di Battista e Casaleggio jr mandano segnali all’ala governativa del Movimento. E a Giuseppe Conte. «Se vuole essere leader del Movimento e come tale governare da premier deve iscriversi al Movimento, sottoporsi al consenso tramite la votazione sulla piattaforma Rousseau e poi partecipare ai nostri Stati generali che devono essere convocati il prima possibile» è la sintesi del ragionamento di Di Battista. Il quale si è a sua volta candidato alla guida del Movimento «troppo ingessato e freddo rispetto alle battaglie fondative che nel 2018 lo hanno fatto votare dal 33 per cento degli italiani». Casaleggio jr, custode delle regole del Movimento e della piattaforma Rousseau, in questa fase, appoggia Di Battista quando ripete, lo fa da giorni, che non si può derogare alla regola del “secondo mandato”, il che metterebbe fuori gioco alle prossime elezioni tutto lo stato maggiore del Movimento in Parlamento dal 2013. Non a caso le truppe parlamentari sopportano sempre meno la presenza della Casaleggio e associati e soprattutto l’obbligo di dover versare ogni mese 300 euro.

Prima ancora dell’inchiesta di Abc, lo stop a Dibba era arrivato da Beppe Grillo, il garante del Movimento, che già domenica, poche ore dopo la sua intervista lo aveva paragonato ai “terrapiattisti” e ai “gilet arancioni di Pappalardo” e a “chi vive nel passato come nel film Il giorno della marmotta”. L’inchiesta di ieri mattina ha fatto il resto. Troppo presto per dire se alla fine di queste 24 ore Giuseppe Conte e il progetto politico di cui è il referente, senza la legittimazione di Rousseau né degli Stati generali, escono più o meno saldi. I sondaggi che danno il partito di Giuseppi e il Movimento volare intorno al 30%, lo ringalluzziscono e non poco. Il ventilatore messo in azione ha però colpito il Movimento che resta a rischio scissione. Il Pd osserva preoccupato e nervoso, da azionista di maggioranza rischia di trovarsi a fare da spalla. Le opposizioni chiedono commissioni d’inchiesta e informative in Parlamento. Precarietà e incertezza destinate a pesare sulla legislatura.