Ringrazio Renzi per la generosità”. Si chiude con queste parole di Carlo Calenda una settimana sulle montagne russe: dalla rottura di Azione con il Pd e con la federata +Europa ai primi avvicinamenti con Italia viva. Ora il patto è siglato e sarà il leader di Azione a guidare la campagna elettorale del Terzo Polo. Solo il suo nome sarà nel contrassegno elettorale, insieme al simbolo dei due partiti e alla scritta Renew Europe, cioè il gruppo liberale a cui hanno aderito entrambi in Europa.

Matteo Renzi non poteva fare diversamente: era l’unica chance possibile per far nascere un’area moderata che andasse oltre la propria forza politica. Poi si vedrà dopo le elezioni, quando i due partiti e i due leader misureranno alle urne la rispettiva forza. Allora la partita si riapre. Oggi si gioca insieme. Infatti Renzi parla di assist, indicando il gesto di farsi da parte e mettersi al servizio del progetto. Il profilo è tracciato da Mara Carfagna: “Si costituisce finalmente una alternativa di voto per gli elettori che hanno apprezzato il “metodo Draghi” della responsabilità e della serietà: il solo metodo che consente di ottenere risultati in favore dell’Italia. L’accordo tra Azione e Italia Viva consentirà a centinaia di migliaia di italiani di dire basta agli estremismi e alle vuote promesse dei vecchi schieramenti”.

Lo ribadisce Calenda stesso: “Nasce oggi per la prima volta un’alternativa seria e pragmatica al bipopulismo di destra e di sinistra”. Progetto che diventa pericoloso soprattutto per Forza Italia: non solo per le personalità perse e confluite in Azione, ma soprattutto per l’elettorato di riferimento. Il Terzo Polo non solo potrà giocare un ruolo fondamentale nella nascita di un eventuale governo Draghi bis, con o senza Draghi, ma potrebbe essere quella calamita che porta via consenso all’area moderata del centrodestra. Qualora questo accadesse in maniera consistente, il terremoto a cui abbiamo assistito nel centrosinistra potrebbe avvenire nella coalizione che mette insieme Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia. Lo stesso Berlusconi – che si ricandida al Senato – come reagirebbe se il suo partito risultasse residuale rispetto alle forze sovraniste? La partita è tutta da giocare ed è in quattro tempi: campagna elettorale, voto, formazione del governo (durante il quale potremmo assistere a colpi di scena incredibili) e poi governo del Paese in una fase che si preannuncia di grande crisi.

Lo scossone che avrebbe travolto la configurazione del sistema politico italiano è in atto. E la nascita del Terzo polo ha già un effetto evidente: spingere il Pd verso posizioni più di sinistra. Questo vale sia per le alleanze, sia per i contenuti della propria campagna elettorale. Matteo Salvini ha accusato i dem di aver come unico programma quello di battere la destra. Il Pd ha risposto rilanciando le proprie proposte. Ma è evidente che la carta principale a disposizione di Letta è proprio quella dell’appello contro la vittoria di una destra di stampo sovranista e radicale. È proprio questo richiamo che potrebbe attrarre nuovi elettori e far raggiungere l’obiettivo di essere il primo partito. Messa da parte l’aspirazione a vincere come coalizione, l’opzione più concreta è quella di diventare la forza che attrae i voti di chi Giorgia Meloni proprio non la vuol vedere governare. Ma alla lunga il Pd deve rilanciare la fase costruens. Chiarire e chiarirsi quale è il suo progetto. Su questo il ritardo è enorme. E si chiama campo largo. Cioè il tempo perso inseguendo il Movimento Cinque stelle. Oggi si dice che quell’alleanza è chiusa. Ma nessuno fa mea culpa. Neanche Goffredo Bettini, l’ideologo di quell’alleanza. Intervistato dal Corriere della sera si è lamentato: “Ho avuto tre anni di sovraesposizione. Per sostenere Conte II, la segreteria di Zingaretti e la prospettiva politica di un’alleanza progressista alternativa alla destra, Sono stato per questo molto attaccato, anche sul piano personale. E, tranne alcune eccezioni, non sono stato difeso”.

Rivendica l’azione del governo giallorosso e pur chiudendo ai Cinque stelle, fa intendere che dopo il voto tutto può accedere. Fantapolitica? Non del tutto. Lo spiega lo sfogo di Virginia Raggi che si rivolge “a tutti coloro che mi hanno chiesto il motivo della non candidatura alle parlamentarie. Inizio col dire che secondo le nostre regole interne, quella del doppio mandato e del mandato Zero, ritengo che sarei stata perfettamente candidabile”. La questione vera è quindi la sua “contrarietà verso le alleanze strutturali e i campi progressisti con i partiti tradizionali e ad oggi non potrei dire con certezza quali saranno, nei prossimi cinque anni, i nostri futuri compagni in Parlamento”. Il riferimento al Pd è chiaro. Un Pd che ancora non ha fatto i conti del tutto con il giustizialismo e il populismo dei grillini. Finché questo non accadrà lo spostamento a sinistra sarà sempre molto labile.

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Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica