Nella notte di martedì sono arrivati i risultati delle elezioni primarie più importanti del 2026, ovvero lo spareggio per la candidatura al Senato per il partito repubblicano in Texas, lo Stato più grande che eleggerà un senatore questo autunno. Lo scontro ha visto affrontarsi John Cornyn, senatore in carica dal 2002, considerato uno degli ultimi repubblicani dell’establishment, oltre che uno tra gli uomini più potenti dello Stato, con una fortissima capacità di influenza sui ricchi donatori del partito texano, e Ken Paxton, procuratore generale dello Stato dal 2014, che ha ricevuto l’endorsement di Donald Trump solo qualche giorno fa, oltre a quello di Wesley Hunt, che nel primo turno di primarie aveva ottenuto un risultato in doppia cifra, risultando decisivo per la definizione dello spareggio.

Le implicazioni nazionali sono molteplici: in primo luogo, Paxton è un personaggio molto più debole e facilmente attaccabile da parte dei democratici, rendendo più probabile una vittoria del candidato James Talarico, che non ha perso tempo per attaccare Paxton, definendolo “il politico più corrotto d’America” e menzionando l’impeachment di Paxton da parte della Camera statale del Texas. La campagna elettorale repubblicana è stata caratterizzata da toni molto accesi, oltre che da una retorica molto poco costruttiva, con il rischio di creare frizioni tra l’elettorato repubblicano anche a novembre.

In secondo luogo, l’endorsement di Trump e la vittoria di Paxton creano una nuova “lame duck” al Senato con John Cornyn che, non potendo essere rieletto, potrà essere una spina nel fianco dell’amministrazione Trump, così come Bill Cassidy, senatore repubblicano della Louisiana che ha subito lo stesso trattamento del collega texano. Dati i margini di vittoria di Paxton (63-37 circa), è ragionevole pensare che il mondo Maga lo avrebbe sostenuto comunque, con o senza l’esplicito supporto del Presidente. Strategicamente, quindi, la scelta del Presidente è stata sbagliata, e probabilmente ne pagherà le conseguenze in termini legislativi, ad esempio sul SAVE Act, la legge sul diritto di voto che Donald Trump sta spingendo sul leader di maggioranza John Thune da settimane.

In terzo luogo, questi mesi di primarie hanno dimostrato che la polarizzazione politica è un fenomeno da cui nessuno è immune, e che andrà esacerbandosi sempre di più: se per i repubblicani ormai la competizione è solo su chi è il più trumpiano tra i trumpiani, per i dem il discorso spesso non è dissimile, con tante discussioni che vedono l’opposizione al trumpismo e il sostegno a Gaza come unici punti rilevanti. In un clima del genere, i moderati sono sempre più spesso visti dalle basi di partito come inutili o dannosi.

Al netto di inversioni di tendenza che, ad oggi, non sembrano all’orizzonte, servirà prepararsi a un’America più instabile, più divisa e quindi meno capace di essere guida del mondo occidentale. Donald Trump non è stato necessariamente l’iniziatore di questa tendenza, ma ne ha accelerato vertiginosamente i ritmi. Chi verrà dopo di lui, democratico o repubblicano che sia, giocoforza dovrà seguire le inclinazioni del Congresso, che diventerà sempre meno luogo di dibattito e compromesso politico, e sempre di più un campo di battaglia tra nemici.

Michele Luppi

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