Pomigliano caput mundi. Decisioni sulla testa dei militanti sono sempre state prese, a scanso della retorica della partecipazione e del decentramento. Anche in passato le formule nazionali (dal primo centrosinistra al compromesso storico, al pentapartito) nascevano da esperimenti locali spesso, ma non sempre, imposti. Tuttavia il criterio era di considerare più territori dove davvero il test avesse un valore indiziario importante. Il militante si sentiva parte di qualcosa di grosso e utile, per quanto coartato. La formula, sembrerà strano, doveva funzionare. Non era fatta, come diciamo a Napoli, per “far vedere”.

Esempio. Si sarebbe potuto testare seriamente il centrosinistra ad Arezzo, città di Fanfani, o a Somma Vesuviana, città di De Martino? No. Oggi non funziona così. Saltati i partiti, valgono i capricci dei leader. Posso mai perdere nella mia città? No ed ecco che non mi basta essere nella coalizione vincente, voglio il sindaco. Pensa così il leaderuccio di oggi. E allora Pomigliano è diventata la pietra dello scandalo.

Vincenzo Romano è un avvocato, consigliere comunale e dirigente politico stimato in città. Ha costruito il Partito Democratico dandogli identità facendo crescere attorno a sé un giovane gruppo dirigente dopo l’epoca di Michele Caiazzo. Non è stato semplice, infatti si viene da due vittorie del centrodestra. Ma ora c’erano tutte le condizioni per vincere e imporre una svolta alla città che ne ha quanto mai bisogno. Quanto meno, la sua era una candidatura naturale, con i Cinque Stelle o senza. Ma si è messo di traverso lo steward pomiglianese del San Paolo, il quale, senza aver costruito nulla nella zone, salvo che piazzare concittadini di dubbi curricula in società e partecipate di mezza Italia, ha imposto al Pd un proprio candidato che Carneade a confronto aveva doni carismatici. La cosa ovviamente ha provocato un terremoto.

Romano è uscito dal Pd e si è candidato come indipendente, anche se non ha molte liste al seguito – in elezioni che spesso si decidono secondo lo spessore delle ammucchiate – in quanto, a parte le sue idee e i suoi progetti, grandi cose da offrire, a differenza dei due schieramenti principali, non ne ha. Dove arriverà non si sa. Certamente il vero segnale arriverà se Pd e il M5S non vinceranno al primo turno, considerato che anche il centrodestra appare tutt’altro che forte, visto che il sindaco uscente non era candidabile e, dicono i rumors, farebbe anche fronda. E così, mentre alla Regione il matrimonio PD-M5S non si è potuto fare, per la presenza di don Vincenzo De Luca, Pomigliano è sacrificata sull’altare del caravanserraglio che si prepara per le prossime politiche.

Né si creda che il caso sia isolato. Per quanto sia la vetrina principale, la questione rimbalza di città in città, dove le comunità di militanti dei due partiti sono divise da canyon fatti di disistima, veleni e, conoscendo un po’ i grillini, tanta maleducazione. Al punto che, per esempio, un esponente storico del Pd di Casalnuovo, in pectore candidato a sindaco, lamentava di non riuscire a parlare coi i grillini, per gli opportuni accordi, neanche al telefono, perché questi… non rispondono.

«Come si può immaginare – chiosava – che a pochi giorni dalla presentazione delle liste possa esserci un accordo indolore nei territori?» Ecco che torna la “diversità”, che poi altro non è che spocchia pentastellata. Passare da «Mai con i Cinque Stelle» ad alleanza strategica dopo anni di «partito di Bibbiano», «pedofili», «corrotti», «mafiosi» non è semplicissimo. Perché a prendere gli sputi non erano e non sono i capoccioni romani, ma militanti, consiglieri comunali, assessori e sindaci. Fare alleanze va bene, ma senza scuse dall’alto e senza processi dal basso è davvero difficile. Vedremo i responsi delle urne.