La sensazione più terrificante di questi giorni è il sospetto che l’Italia intera possa restare prigioniera, almeno fino a tutto il 2023, del “giurista” Travaglio, sempre irrequieto e preda dei propri demoni, che si è assunto il compito di fare le riforme (che lui giustamente chiama “schiforme”) sulla giustizia per conto di magistrati, partiti e governi. Tra pallottolieri e algoritmi, somme e moltiplicazioni che sembrano pubblicità di detersivi o di automobili più che la misura degli anni entro e non oltre i quali il cittadino dovrebbe subire la pena del processo, siamo arrivati non al sol dell’avvenire, ma alla santificazione della repubblica dei “salvo che”. Alla faccia della certezza del diritto e della certezza dell’equa durata del processo. Qui, dalla riforma di cui va orgoglioso Travaglio emerge una sola cosa sicura: che dal momento in cui ricevi un’informazione di garanzia non sai, e non saprai più nulla della tua sorte. Il tuo processo, dall’appello in avanti, può durare tre anni ma anche sei, “salvo che” un documento con motivazioni che nessuno oserà contraddire non ottenga proroghe ulteriori. E non dimenticando mai che i reati per fatti di sangue non cadono mai in prescrizione, che i processi con detenuti hanno vie veloci e corsie preferenziali e non decadono mai, e che i reati di mafia possono durare 18 anni e poi altri 18 e 18 ancora senza prescriversi. Ma forse questo i solerti procuratori come Gratteri e i perennemente inquieti come Travaglio lo sanno benissimo. E imbrogliano sapendo di imbrogliare.

Ma alcuni punti fermi però noi possiamo metterli, perché i cittadini non vengano imbrogliati. Ricordando che prima di arrivare al processo d’appello ci sono la fase delle indagini preliminari e il primo grado. E sapendo che in queste due fasi si verifica il 70% delle prescrizioni. Ma non è tutto qui, quel che si deve sapere. Perché l’esperienza di Milano, quel che si sta disvelando di ora in ora nel sacrario della legalità, le lotte intestine di fratelli coltelli, con prove che compaiono e spariscono, fascicoli pellegrini che viaggiano per l’Italia a colpi di dossier come neanche nelle peggiori confraternite, mostrano la magistratura come un corpo agonizzante e ormai inguardabile. E anche se pure tenta ancora di bloccare partiti, Governo e Parlamento con la minaccia di 150.000 processi in fumo se la ministra Cartabia osa portare in aula la sua riforma (e anche se poi quel che esce dalle trattative fa un po’ schifino), il fatto che il re sia ormai nudo l’hanno capito in tanti.

Per esempio e prima di tutto che in Italia il principio costituzionale più calpestato è quello dell’obbligatorietà dell’azione penale. Esiste in realtà il più totale arbitrio del pubblico ministero nel mescolare le carte e i fascicoli che giacciono sul proprio tavolo. E i membri del Csm che hanno steso un documento di 200 pagine per dire che l’improcedibilità lede l’obbligatorietà hanno mentito sapendo di mentire, ben sapendo che a nessun pubblico ministero sarà mai chiesta ragione dei suoi criteri di scelta, che esistono e sono messi in pratica sempre, ogni giorno e ogni minuto della sua attività giudiziaria.

Ancora una volta Milano insegna. Il pm De Pasquale, inquisito a Brescia e sottoposto a indagine al Csm, ha deciso di ricorrere in appello contro la sentenza che ha assolto i vertici di Eni dal reato di corruzione internazionale come se niente fosse successo. E il procuratore Greco, messo sotto accusa da quasi il 100% dei pm del suo ufficio, reagisce dicendo che il suo sostituto Storari è un bugiardo. Ma la coperta è stretta, e Milano ormai mostra semplicemente l’elasticità della cultura dei pubblici ministeri. Ed è particolarmente grave perché proviene da quello che fu considerato per quasi trent’anni il tempio della moralità. Una sorta di roulette russa impazzita sembra dominare il mondo delle toghe. Sembra che ciascuno sia autorizzato a fare quel che gli pare, a osservare le regole o a farle saltare indifferentemente.

Nelle pagine napoletane del Riformista di ieri un procuratore generale di Napoli, Raffaele Marino, ha raccontato una giornata tipo della sua attività in corte d’appello. Stiamo parlando del distretto di Napoli, con un carico di 57.000 processi pendenti e una durata media dell’appello di tre anni e mezzo, una di quelle realtà che più di altre nei giorni scorsi hanno denunciato, per bocca del presidente della corte d’appello, il rischio di “processi in fumo” della riforma Cartabia. Di 34 processi iscritti a ruolo un certo giorno, racconta il pg Marino, solo tre sono giunti alla decisione, due dei quali per prescrizione. Tutti gli altri sono stati rinviati. I motivi? Uno perché non funzionava il collegamento video con il detenuto, altri perché i fascicoli erano introvabili, altri per impedimenti vari dei protagonisti. Erano processi per traffico di stupefacenti, stupri, rapine, ricettazioni. Non quisquilie. È questa, oltre alle risse e gli accoltellamenti alle spalle tra toghe, la quotidiana amministrazione della giustizia? Chi è che manda in fumo i processi, caro Travaglio, e caro Csm, e cari Gratteri e procuratori vari? La ministra Cartabia o i magistrati?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.