Se c’è un giornalista e scrittore che conosce ogni sfaccettatura del “pianeta Usa”, questi è Furio Colombo. Negli Stati Uniti è stato corrispondente de La Stampa e La Repubblica. Ha scritto per il New York Times e la New York Review of Books. È stato presidente della Fiat Usa, professore di giornalismo alla Columbia University, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York.

«Se si contano i voti legali sto vincendo io facilmente». E ancora: «Non permetteremo ai corrotti di rubare le elezioni, il nostro obiettivo è di difendere l’integrità delle elezioni». E poi il minaccioso messaggio, quasi un diktat, rivolto ai nove giudici della Corte Suprema: «La Corte Suprema cancelli i voti illegittimi». Così Donald Trump mentre, dopo il sorpasso in Georgia e Pennsylvania, Joe Biden è ormai vicinissimo al traguardo. Tu che conosci così bene l’America, che comportamento è quello che sta tenendo Trump?
Chi conosce l’America non riconosce l’America in ciò che sta succedendo. Perché quello di Trump è un comportamento eversivo, immensamente pericoloso negli Stati Uniti e fuori. Per fortuna quel Paese è dotato di un giornalismo coraggioso, perché le televisioni hanno interrotto il collegamento a metà di quelle dichiarazioni, chiarendo subito al pubblico che colui che parlava stava dicendo cose non vere e loro non trasmettono menzogne. E questo è accaduto per tutte le televisioni che erano collegate con la sala della stampa della Casa Bianca. Quei mezzi di comunicazione che avrebbero dovuto trasmettere ciò che lui voleva dire solennemente e gravemente nel mezzo della notte, buttando all’aria l’intero processo che ormai è giunto alla fine, hanno risposto: Trump non può dire bugie con i nostri strumenti. Una grande e importante assunzione di responsabilità di chi ha il compito di fare da collegamento tra ciò che accade e ciò che i cittadini sanno. Detto questo, stiamo attraversando un momento estremamente pericoloso e difficile. Fortunatamente Joe Biden, che non è un eroe ma è un uomo normale, impedisce qualunque manifestazione, anche se è vicinissimo ad ottenere la nomina, e fa in modo che non vi sia alcuna reazione, neppure se proporzionata e neppure se giustificata, da parte dei suoi elettori.

Resta un’America divisa, lacerata, incattivita. Nonostante bugie, corruzione, improvvisazione, incapacità di governo, pessima gestione della crisi pandemica, per finire con le minacciose frasi di cui abbiamo parlato, il 47% dell’elettorato americano ha continuato a votare Donald Trump.
È una situazione allarmante perché ci dice che praticamente un americano su due è in favore di un presidente che ha squassato, quasi distrutto non solo il sistema democratico ma anche il sistema informativo americano. Siamo di fronte – noi, loro, la parte democratica del mondo – a un momento veramente difficile: basti pensare che Trump, fondatore e indirettamente proprietario della Fox television, attraverso Murdoch, si è visto negare anche dalla Fox, che è dichiaratamente una televisione di destra, la disponibilità a sostenere la sua denuncia di illegalità. Non tanto il personaggio Donald Trump quanto il presidente degli Stati Uniti che pronuncia frasi eversive, non può che essere una infezione, una parola che purtroppo ci è diventata abituale, per altri Paesi democratici.

Cercando di proiettarci in un futuro che non sia così lacerante. Per Obama lo slogan vincente, che lo portò per la prima volta alla Casa Bianca, fu “Yes, we can”. Per Trump “America first”. Joe Biden e gli strateghi della sua campagna elettorale hanno coniato lo slogan delle tre “B”: Build Back Better”. Come dovrebbe tradursi con Biden alla Casa Bianca?
Credo, come succede sempre con gli slogan elettorali, si adatterà e si evolverà, un po’ come accade con le cose in natura, alla nuova situazione, la quale avrà un bisogno enorme di concordia, di visione coerente, di verità e di comunicazione ben diverse da quelle cui il Paese è stato sottoposto finora. Sospenderei, in questo istante, la traduzione politica di questo slogan, perché nel momento cui Biden diventerà presidente avremo una prospettiva e una rappresentazione radicalmente diverse dal passato. E la prima cosa che farà effetto sarà la grande diversità della riscoperta dell’America, di un’America normale, onesta, seria, coerente e in grado di stare all’altezza del suo potere.

Molto dipenderà anche dall’atteggiamento dei repubblicani che. secondo i dati, manterranno la maggioranza al Senato. A tuo avviso, seguiranno Trump su questa via dello scontro frontale ora che Biden ha traguardato la fatidica soglia dei 270 grandi elettori?
Rispondere in questo momento è azzardato, perché ci sono alcune incognite che non siamo in grado di valutare mentre parliamo. Per esempio, bisogna domandarsi prima se Trump insisterà e manterrà questa posizione di rivoltoso. Perché questo tipo di rivolta non può mantenersi a lungo come una rivolta di parole e di avvocati. E quindi è di un pericolo grandissimo. Per natura è il tipo di pericolo che gli americani – non i repubblicani o i democratici – dai tempi della guerra civile non amano. Quindi è difficile dire se, quali e quanti repubblicani potrebbero decidere di seguire Trump sulla strada della follia. Non resta che osservare il quadro, nutrendoci della speranza che l’America è sempre stata un Paese profondamente democratico e lo resterò anche adesso. Una speranza che trae conforto anche dal fatto che tutte le istituzioni giuridiche sono al momento contrarie, e rigettano Stato per Stato i ricorsi locali e a Trump rimane solo la Corte Suprema, che però ha già fatto sapere che non intende diventare il giudice politico. E lì non si tratta più di destra e sinistra, si tratta della percezione della credibilità del più alto organo giudiziario americano.

Hai parlato del ruolo dei media, del potere giudiziario. Ma quando si evoca uno scenario da guerra civile, è inevitabile non chiedere anche dei militari.
Dai grandi giornali e dalle maggiori rete televisive americane sappiamo soprattutto degli orientamenti dei comandanti supremi. Sappiamo che sono assolutamente contrari ad ogni intervento anche solo per mettere ordine nelle strade. Dopo alcuni cedimenti iniziali, proprio in avvio della campagna elettorale, tipo usare soldati a cavalli per respingere la folla attorno alla Casa Bianca, hanno fatto sapere che non sarebbero intervenuti nelle città dove si era manifestato nelle strade il movimento Black lives matter. Quindi si sa che hanno detto in modo quasi brutale che non intendono partecipare a questa parte politica della vita americana. C’è stata una dichiarazione, una volta sola, dei tre generali numero uno ed anche del Chairman of the Joint Chiefs of Staff, il capo dello stato maggiore congiunto delle forze armate statunitensi, che è per legge l’ufficiale di rango più elevato dell’Esercito USA. Trump non ha risposto e loro hanno lasciato in sospeso la questione, ma dicendo che non intendevano usare soldati americani in eventuali disordini o problemi di immigrazioni o cose del genere. Per esempio, hanno ritirato i soldati dalla frontiera con il Guatemala. Sappiamo che non è un putsch militare, in nessun modo.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.