Lo scaffale
Trump stravolge l’economia, perché la rivoluzione riguarda ognuno di noi secondo Angelo Vaccariello
«Trump è una figura del caos. Un soggetto imprevedibile che ama agire con forza anche se poi è costretto a fare marcia indietro». Il presidente americano sta cambiando i rapporti politici mondiali. E l’economia del pianeta. Fino a entrare, per così dire, nelle nostre case. La chiave del volume di Angelo Vaccariello, giornalista ed economista, che si segnala per la estrema chiarezza dell’analisi (“Trump stravolge l’economia – Perché la rivoluzione riguarda ognuno di noi”, Burno), è proprio quella del nesso tra le scelte di Trump e le conseguenze da noi, dimostrando come la politica economica del capo di Washington influenzi in negativo l’economia italiana: «La sua rivoluzione non riguarda solo la politica americana o gli assetti geopolitici, ma incide direttamente sulle condizioni materiali di famiglie, imprese e risparmiatori, chiamati a sostenere il costo di un’economia in cui la stabilità non è più un presupposto, ma una variabile negoziabile». Spiega con grande chiarezza Vaccariello: «La crescita di breve periodo ottenuta attraverso stimoli fiscali, pressione commerciale e deregolamentazione produce un’illusione di forza».
Il tycoon «non è un incidente della storia, ma un “nuovo paradigma” che affonda le proprie radici in modelli antichi. Donald Trump non teorizza questo mondo, non lo espone in termini dottrinari, e probabilmente non ne è nemmeno pienamente consapevole. Ma lo spinge in avanti, lo rende praticabile, lo normalizza. Ed è proprio questa inconsapevolezza a renderlo più pericoloso: il cambiamento avanza senza essere dichiarato, come se fosse una semplice risposta pragmatica al presente, quando in realtà ripropone logiche che ricordano da vicino l’imperialismo e il mercantilismo di fine Ottocento». Non nasce dal nulla: «La crisi produce Trump e Trump, a sua volta, riorganizza la crisi in un sistema più frammentato, più conflittuale e più esposto all’arbitrio politico. Il presidente americano non ha una precisa dottrina economica cui fare riferimento: e infatti procede a strappi, purché alla fine lui personalmente ne tragga un utile. Ma sotto la superficie si accumulano squilibri che rendono il sistema più fragile. Per il lettore italiano, questo non è un esercizio teorico. Significa maggiore incertezza sui mercati, prezzi più volatili, decisioni di investimento più difficili. Significa, in ultima analisi, che scelte fatte altrove per vincere oggi possono far pagare il conto domani».
Il problema della “trumpeconomics” è che si fonda sul “qui e ora” senza preoccuparsi delle conseguenze: «Le decisioni privilegiano ciò che è misurabile subito – crescita trimestrale, indici di borsa, occupazione nel breve – anche quando questo comporta l’accumulo di squilibri destinati a manifestarsi più avanti. Questa impostazione produce risultati rapidi e comunicabili, ma lascia in eredità costi differiti che raramente entrano nel racconto pubblico. È qui che si annida il vero nodo, ed è qui che l’eco delle scelte americane arriva fino al portafoglio degli italiani». Ecco allora che all’Italia occorre una «sveglia»: «La “sveglia” di cui l’Italia ha bisogno non è un allarme improvviso, ma una presa di coscienza collettiva. Non serve agitare scenari catastrofici, né promettere soluzioni miracolose. Serve riconoscere che la neutralità non è un’opzione. In un mondo che si riorganizza, restare fermi equivale a perdere terreno. Subire l’adattamento difensivo significa accettare una lenta marginalizzazione, fatta di crescita modesta, salari compressi e opportunità ridotte. Governare l’adattamento, invece, significa scegliere di stare dentro il cambiamento con un ruolo attivo, anche a costo di affrontare conflitti e decisioni difficili». Non si può restare fermi. Bisogna farci i conti, con il tycoon della Casa Bianca, perché la faccenda non riguarda solo gli Stati Uniti ma tutti noi.
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