Quando si dice: una faccia da film, una storia da film. Tullio Pironti, sigaretta appesa alle labbra e quella faccia un po’ così, Paul Newman di via Tribunali; si poteva trovarlo lì, in mezzo alla porta della sua libreria, o a giocare a scacchi dentro oppure dietro il banco. Era il “Principe di Piazza Dante”. “Lui era il Principe, Guida era il Re. Cose da librai, degli anni ’70, alla via dei libri, Port’Alba”, ricorda il regista napoletano Giorgio Verdelli. “Era un napoletano antico. Non posso dire di essere stato un amico stretto: non lo sentivo ogni settimana ma ogni volta che tornavo a Napoli cercavo di passare, di andarlo a trovare. E lui era sempre lì: il Principe di Piazza Dante”.

Pironti è morto ieri, a 84 anni. È stato scugnizzo, figlio della guerra, venditore ambulante di castagnaccio, pugile peso welter convocato anche in Nazionale, tombeur des femmes, libraio secondo tradizione di famiglia, editore competitivo e a tratti spericolato. Ha pubblicato in Italia autori ormai di culto come Don DeLillo, Raymond Carver, Bret Easton Ellis, Nagib Mahfuz. Ha surclassato Grandi Case editrici soffiando loro numerosi best-sellers. È stato stroncato ieri sera da un infarto. Era amatissimo, popolare, forse più di quanto potesse pensare visto il cordoglio espresso in queste ore da napoletani ed editori e lettori di tutta Italia.

Verdelli è stato “guaglione” di Pironti, per un periodo, quando era ragazzo. Quando Napoli non doveva sforzarsi di sembrare una città europea e le veniva naturale essere una metropoli internazionale: c’era Diego Armando Maradona e il suo Napoli, il neapolitan power e Massimo Troisi, il campione del mondo e oro olimpico – a proposito di pugilato – Patrizio Oliva e la galleria di Lucio Amelio. E l’editore, in sodalizio con il professore, giornalista e traduttore Francesco Durante, pubblicava titoli sui neomelodici senza guardarsi sempre l’ombelico e traduceva i fenomeni americani senza essere esterofilo a oltranza.

“Ho una malinconia oggi, ma lo ricordo con felicità. Lo ricordo sempre con questo sorriso da ragazzo”, dice Verdelli, ex “guaglione” del libraio-boxeur, fresco fresco dal Festival del Cinema di Venezia dove ha portato Le cose che restano (Sudovest Produzioni, Indigo Film con Rai Cinema, distribuzione Nexo Digital), dedicato a Ezio Bosso. Che le cose restassero era forse l’ultimo pensiero di Pironti: voleva pubblicare un catalogo storico nel quale segnalare tutti i libri di successo che era riuscito a editare. E con l’interessamento dell’amico e professore universitario Marco Ottaiano aveva firmato per la ri-pubblicazione della sua autobiografia, Libri e cazzotti (curata con Domenico Carratelli), con un grande editore, Bompiani. Il regista, a proposito di memoria, ha pubblicato uno scatto spettacolare con Pironti che brinda tra Gigi Proietti e Ben Gazzara.

Ha pubblicato una foto bellissima.

Me la diede lui. Era stata scattata a Piazza Dante, credo in un ristorante, quando uscì il film Il Camorrista ispirata al libro di Joe Marrazzo. Un successo clamoroso, internazionale: Pironti gli diede un anticipo molto corposo, lo aveva conosciuto proprio in Piazza Dante. Aveva il fiuto dei librai che leggono i libri e che stanno a contatto con il pubblico. E mi diede questa foto perché voleva che da Libri e Cazzotti venisse tratto un film.

Voleva che lei facesse quel film?

Mi diceva: “Tu ea fa o’ film mio, perché questi non capiscono niente”. E anche se io mi occupavo di altro quando mi diede una sceneggiatura provai a cercare un contatto, anche con la Rai. Avrei avuto piacere a curargli la colonna sonora. Cercai ma senza successo. Era un mito, una persona piena di positività e di una simpatia eccezionali. Mi mancherà.

Lo conosceva bene?

È stato una presenza costante per 40 anni. Lo avevo conosciuto bene perché ho fatto da lui il “guaglione”. Gli avevo chiesto di pagarmi in libri, che tra l’altro ancora ho. Libri che non erano neanche così facili da trovare. Leggevo e davo un’occhiata a titoli che non avrei mai potuto conoscere altrimenti, uno per tutti: Il popolo del blues di LeRoi Jones.

Che Napoli era quella del Pironti editore?

Quella che giustamente Paolo Sorrentino ha ricordato nel suo film È stata la mano di dio. C’erano molte iniziative, non delle istituzioni – che sono arrivate dopo a mettere il cappello – e c’era la Galleria di Lucio Amelio, la libreria di Tullio Pironti, il Teatro Nuovo, la cineteca Altro di Mario Franco, del City Hall, del Mattino che aveva una pagina culturale effervescente e di Napoli City che richiamava Interview di Andy Warhol. C’erano nuova musica, nuovo teatro, nuova editoria. Era una città con grandi iniziative, faceva tendenza e cultura. E non a caso oggi i principali registi del cinema italiano sono napoletani.

E lei esordiva nel cinema a metà anni ’80 per le colonne sonore di Mi manda Picone e Blues Metropolitano.

Tanto di quello che è stato realizzato in quegli anni è rimasto, è stato riconosciuto. Non conosco tutto ciò che esce da Napoli oggi, ma mi sembra che quando si inaugura un filone viene sfruttato fino all’estremo. Se parte il filone Gomorra – contro il quale non ho nulla in particolare – escono decine di titoli su quella falsariga.

Pironti ha pubblicato la rivista filosofica Metaphoren e libri sui neomelodici, raccolte di poesie spinte in napoletano e grandi della letteratura.

Rappresentava una specie di “terza Napoli”, oltre quella tradizione della canzone classica e il mandolino e quella dei neomelodici e dell’hip hop. Una città all’avanguardia, europea e internazionale. Capace di raccontarsi ma anche di uno sguardo più largo. Io stesso feci da tramite perché pubblicasse Storie e poesie di un mascalzone latino, l’unico libro di Pino Daniele.

E Napoli ha imparato la lezione di Pironti?

Bella domanda, spero di sì, dovremmo chiederlo a chi vive e lavora a Napoli. Credo che qualcosa sia rimasto. A me è servito molto, e a tanti altri in quegli anni. Una volta, anni fa, mi disse: “Verdè, tu devi fare le cose difficili, non devi fare le cose facili”. E questo era, e aveva ragione. Lui certo, può sembrare una frase di circostanza, meritava più quanto ha raccolto. Penso a quel film che desiderava.

Ha dei rimpianti?

L’ultima volta che l’ho visto era al bar, mi invitò a sedermi e mi disse che passavo sempre di fretta. Stupidamente, forse per pigrizia, non ho mai deciso di prendere e intervistarlo e di farmi raccontare la sua storia. Forse anche perché a me sembrava indistruttibile, con quel fisico, sempre in forma, che faceva pensare ci fosse ancora tempo.

Emanuela Audisio scrisse che “ci fosse un Clint Eastwood nei paraggi, ne farebbe subito un film”. E tutti lo pensavano e lo ripetevano. Perché non si è mai riusciti?

Perché c’è disattenzione, i copioni non vengono letti. Quello che faccio io poi me lo produco io, com’è successo anche con il mio film su Pino Daniele. Come mi ha detto una volta Billy August: “Fare un film non è difficile, il difficile è trovare i soldi”. Io mi alzai e lo applaudii.

Un’occasione mancata?

Certo. Un film su Tullio Pironti comunque lo farei anche domani, se avessi i finanziamenti.

E l’attore?

Non saprei. Per gioco potrei dire Spencer Tracy, o ancora meglio Vittorio Mezzogiorno.

Foto Stefano Colarieti / LaPresse
Spettacolo
Roma, 14.02.2017 Casa Del Cinema, photocall per il film :
PINO DANIELE. IL TEMPO RESTERA’
nella foto: Giorgio verdelli, regista
Foto Stefano Colarieti / LaPresse
Entertainment
Rome, 14.02. 2017 Casa Del Cinema, photocall for the film:
PINO DANIELE. IL TEMPO RESTERA’
in the picture: Giorgio verdelli, director

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.