L’”Azienda Italia” fattura 1800 mld, 150 al mese, per due mesi e mezzo fa quasi 400 mld di risorse che mancano all’appello. Il Parlamento ha votato uno scostamento netto di 75 mld: ne mancano all’appello circa 300. La BCE supporterà lo sforzo europeo fino al momento in cui saranno disponibili le risorse europee, quindi fino alla prima metà dell’anno prossimo, quando Recovery Fund, o meglio Next Generation EU, e Bei incominceranno a funzionare. Il solo sostegno delle politiche monetarie alla lunga infatti potrebbe portare a conseguenze nefaste in termini di sostenibilità del nostro debito. Il QE, ampliato nelle risorse, portando a 1350 mld il PEPP, nella sua applicazione, superando la capital key, e nella durata, prevista anche per il 2021, ha il solo scopo dunque di supportare i paesi particolarmente colpiti dal Covid19 fino all’accesso alle risorse previste per il Next Generation EU.

Ma il pacchetto di strumenti europei prevede anche Sure e MES, sicuramente il più discusso per impostazione e implicazioni. Nato per contrastare crisi asimmetriche non è sembrato sin dall’inizio della sua riproposizione lo strumento più corretto per fronteggiare un impatto economico su tutta l’area Euro. La definizione però di una linea di credito dedicata all’emergenza sanitaria, che non preveda le condizionalità proprie del MES, comporta il vantaggio di disporre di risorse immediatamente erogabili e, se si può ipotizzare un tasso di interesse di mezzo punto percentuale per un prestito settennale, a fronte del nostro tasso di interesse di mercato, che per tale scadenza è di un punto e mezzo, anche un risparmio cumulato su sette anni, al netto della tassazione, di 2-2.5 miliardi. Inoltre, fattore assolutamente da non trascurare, ricorrere al MES consentirebbe di accedere alle OMT, lo strumento nato nel 2012 e mai attivato che consente alla BCE di operare quale prestatore di ultima istanza, sottoscrivendone i titoli anche sul mercato primario e in misura illimitata.

Bisogna però considerare che resta valida la “rigorosa condizionalità” prevista dall’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, che l’articolo 12 del Trattato sul Mes specifica possa spaziare «da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite», lasciando un margine di discrezionalità. Dunque la fase della contrattazione è essenziale. Vanno poi le conseguenze collaterali dettate dal Regolamento Ue numero 472/2013 del “Two Pack” che, all’articolo 6, dispone la “valutazione della sostenibilità del debito pubblico”, come previsto anche dal Trattato sul Mes, e all’articolo 2 impone la “sorveglianza rafforzata”.

Non l’avvio in automatico di un “programma di aggiustamento macroeconomico”, come escluso dall’articolo 7, ma, come prevede l’articolo 3: una attenta indagine sulle finanze, con obblighi pari a quelli di una procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo; “missioni di verifica periodiche” della Commissione, della BCE e del FMI; infine la possibilità che il Consiglio Ue raccomandi allo Stato “misure correttive” o un “programma di aggiustamento macroeconomico” che può avere un peso non trascurabile sui mercati. E qui c’è un passaggio da tenere presente, perché per escludere la sorveglianza rafforzata è necessario un intervento di modifica del Regolamento UE, non bastano gli accordi politici.

Un punto questo, quindi, non da ridurre a meri slogan. Non è il tifo da stadio sul MES di questi mesi, il passaggio risolutivo, ma un chiaro e definitivo accordo politico in sede europea che dichiari temporaneamente sospesi anche in termini di durata, gli articoli del Trattato istitutivo e del Regolamento che contraddicono con evidenza l’utilizzo senza condizioni degli strumenti del MES. Per quanto riguarda invece il Next Generation EU Fund, la raccolta di risorse sarà garantita dal rafforzamento del bilancio UE di cui l’Italia è contributore netto, comportando così la non gratuità nemmeno dei grants. Ma il NGEu introduce due concetti fondamentali: il principio che vi possa essere una comune emissione considerevole di titoli di debito in capo all’UE e l’esigenza di dotare il bilancio UE di risorse proprie, attraverso la definizione di una politica fiscale comunitaria. Le risorse prese a prestito sul mercato e trasferite sotto forma di grants, dunque, sarebbero un debito dell’Unione Europea e non dei singoli Stati: non graverebbero sul debito pubblico nazionale né sulla valutazione della sostenibilità. Ma l’aspetto determinante è il cambio di paradigma: non più austerità ma capacità di spesa.

Questo impone l’elaborazione di un piano di riforme che non può non passare dal Parlamento. Quanto sarà definito, infatti, nei prossimi mesi influenzerà l’andamento economico del nostro Paese molto a lungo. È prima di tutto necessario condurre la trattativa in UE senza imperizia e senza soggezione. Ma soprattutto è fondamentale definire un piano che consenta di accedere alle risorse UE, ancora insufficienti rispetto al danno economico, e al contempo avviare un circolo virtuoso di sblocco degli investimenti privati e di attrazione dei capitali esteri. Ciò è possibile solo intervenendo radicalmente in termini di semplificazione burocratica, di capacità di spesa, di investimenti in infrastrutture, alcune già finanziate, di revisione del processo civile, ma anche elaborando riforme che non utilizzino la leva fiscale in senso depressivo, penso alla svolta green o all’emersione del sommerso, ma addirittura espansiva come la diminuzione dell’IVA o l’abolizione o riduzione delle tasse che penalizzano lavoro ed imprese.