Il 17 giugno 1983, alle quattro e mezza del mattino, i carabinieri prelevano Enzo Tortora dall’Hotel Plaza di Roma, dentro un blitz da ottocentocinquantasei ordini di cattura. L’accusa — droga e camorra — poggia sulla parola di due pentiti, Pasquale Barra e Giovanni Pandico, e su un’agenda. Eppure basta per dieci anni in primo grado, prima dell’assoluzione piena del 1986 e del sigillo della Cassazione nel 1987.

Indagini lacunose e contraddittorie, condotte da giudici che parevano più pubblici ministeri che arbitri. Sull’agenda del camorrista Puca, alla lettera T, qualcuno lesse “Tortora”: nessuno chiamò mai quel numero per verificarlo. Era di Enzo Tortona, commerciante di bevande salernitano. Una “n” scambiata per una “r”: su questo si costruì la prova regina. Il resto era “convergenza del molteplice”: quando più dichiarazioni di collaboratori si riscontrano a vicenda, fanno prova. Formula elegante, persino moderna. Salvo che il molteplice convergeva sul nulla, e i delatori erano premiati con uno sconto di pena per la merce che vendevano allo Stato. E non è archeologia: lo stesso metodo manda imputati in cella ancora oggi.

La prova regina non può essere una confessione altrui

È il paradosso del 2026: tutto è efficiente, digitale, telematico, e la prova regina resta la confessione altrui, barattata. Manzoni lo aveva già scritto nella Storia della colonna infame: si condannano innocenti che la tortura — ieri il cavalletto, oggi la promessa di un beneficio — ha reso colpevoli. Cambia lo strumento, non la liturgia: medievale, nel senso peggiore. I pm e i giudici che lo condannarono fecero tutti carriera. Il consigliere Morello, che scrisse l’assoluzione, no: qualche collega smise persino di salutarlo. Intorno, un circuito mediatico-giudiziario che ne fece il mostro perfetto, manette in mondovisione. Quarantatré anni dopo, l’unica domanda che la giustizia italiana non ha mai voluto sentire resta la sua: «Dove eravamo rimasti?».

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