Purtroppo, in Italia, la realtà della giustizia riparativa non sembra avere il “mordente” che ha avuto nei paesi dell’Est e del Nord Europa, benché di recente si sia avuta una svolta almeno nell’ambito del penale riguardante i minori, il che fa ben sperare in qualcosa di più generale. È vero pure che vi sono delle piccole realtà già affermate ma che potremmo definire delle “oasi” d’intuizioni felici, ma… pur sempre di “oasi” si tratta. Si può, quindi, si deve fare più. Inoltre, non ci si può sempre aspettare che siano le vittime a fare il primo passo e che, mosse da un profondo malessere e da un’impellente necessità di comprendere ciò che hanno subito, vengano a chiederci: «ma tu perché mi hai fatto questo?». È proprio sui rei che si sentono abbastanza mature e forti da sostenere la responsabilità di sentirsi “chiamate” (vocate) a riparare quelle crepe che con il loro agito i rei hanno arrecato all’edificio sociale, in genere, e alla persona, in particolare, poiché «quando si tratta di riparare un’offesa non si tratta tanto di “riparare qualche cosa”, ma di fare “riparazione a qualcuno”».

Pertanto, che non venga mai in mente l’insana idea di utilizzare la possibilità dell’incontro con la persona offesa per un beneficio di altro ordine che non sia quello prettamente «interiore», sia perché «vi è più gioia nel dare che nel ricevere» sia perché tale strumentalizzazione della persona e del suo dolore non farebbe altro che reiterare l’offesa nei confronti di chi già non la meritò la prima volta. Se dentro di noi sentiamo un genuino desiderio di metterci a confronto con la persona che abbiamo ferito, allora chiediamoci con M. Bouchard: «possiamo pensare di far riparazione a qualcuno che abbiamo offeso senza riconoscere la nostra propria “mancanza”, cioè il fatto che non solo abbiamo “mancato” verso qualcuno ma che “manca” qualcosa in noi stessi?». Questo ragionamento non è scontato solo per i reati più gravi quali l’omicidio o quelli a sfondo sessuale – dove nessuna somma di danaro potrebbe mai porre rimedio –, ma anche per quei delitti ritenuti di “minor entità” – si pensi, ad esempio, allo shock e a tutte le ripercussioni psicologiche causate da una “semplice” violazione di domicilio, a come ciò possa minare in modo significativo, a volte per anni, il senso di sicurezza, per sé e per i propri cari, che il simbolo della «casa» naturalmente infonde in ognuno di noi.

Concludendo queste note, sento la necessità di ribadire ancora una volta che sia il responsabile del reato a cercare di ripristinare, per quanto gli è possibile, la dignità della vittima, perché (quasi) mai la sentenza di un giudice assolve a questo compito. Secondo le parole di Hanna Arendt, «l’azione umana soffre di due grandi limiti: l’irrimediabilità del passato e l’imprevedibilità del futuro. Per affrontare questi limiti l’uomo ha a disposizione solo due correttivi: contro l’irrimediabilità delle offese di un tempo, l’unico antidoto è il perdono; contro l’imprevedibilità del futuro, l’unico antidoto è rappresentato dalla promessa». E non possiamo “pretendere” di chiedere il perdono ad altri se prima non abbiamo avuto il coraggio e la forza di perdonare noi stessi, provando a immedesimarci il più possibile col dolore provato (e spesso ancora prova) da chi abbiamo ferito e oltraggiato, nella ricerca di una più profonda consapevolezza dei danni causati. Questa volta siamo noi a trovarci da questa parte delle sbarre, la prossima potremmo stare dall’altra; proprio considerando profondamente ciò è possibile comprendere cosa significhi che il reo è la prima vittima di se stesso.

Siamo tutti parte di uno stesso unico tessuto, ognuno di noi un filo, non importa se dell’ordito o della trama – tanto dal punto di vista dell’Assoluto tali differenze non esistono – e concorriamo in egual modo a realizzare il magnifico disegno universale su questa “tela” che è la creazione. Se, come accade spesso, non ce ne rendiamo conto è perché non guardiamo affatto la tela o la osserviamo troppo da vicino, in modo “locale”. Se ci sforziamo di fare qualche “passo indietro”, però, evitando di star noi in primo piano e dandoci la possibilità di avere una visione più “globale”, allora potremmo apprezzare il disegno nella sua interezza e magnificenza prendendo coscienza, peraltro, del fatto che siamo tutti intrecciati l’uno con l’altro e che già diverse volte ci siamo incrociati nel nostro cammino. Se in questo scritto parlo principalmente da persona detenuta è solo perché anche io sono “ristretto” (non certo di orizzonti, però; quelli si son ampliati da tempo), ciò non toglie, tuttavia, che con le debite trasposizioni il discorso sia valido per tutti: ci sono tanti che scontano le loro “pene” – che s’infliggono da sé – in ben altre prigioni.

*Detenuto a Catanzaro

(2-Fine)