La delibera è uscita da Palazzo Balbi il 5 agosto, al termine di una seduta di giunta durata pochi minuti. Adotta i due schemi di intesa definitivi con il Governo sull’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, e da quel momento il percorso ha smesso di assomigliare a un iter per assomigliare a un cronometro.

Tredici giorni dopo, martedì 18, il testo veniva illustrato alla Prima commissione di Palazzo Ferro Fini, con gli assessori Filippo Giacinti al Bilancio, Valeria Mantovan alla Formazione ed Elisa Venturini all’Ambiente. Mercoledì è toccato alla Quinta, la sociosanitaria di Manuela Lanzarin, e alla Sesta di Enoch Soranzo. Giovedì alla Seconda di Elisa De Berti e alla Terza di Roberto Marcato, dove è intervenuto l’assessore Massimo Bitonci. Venerdì 21 il ritorno in Prima e il via libera per l’aula, relatore il presidente Andrea Tomaello. Quattro giorni, cinque commissioni, tutti i pareri a maggioranza: nessuno all’unanimità.

Il quorum racconta un’altra storia. Alla seduta del 18 si sono presentati tredici consiglieri su cinquantuno, ha contato il Gazzettino: Stefani non c’era, e nemmeno un assessore leghista. In poco più di un’ora la pratica era chiusa — relazione introduttiva di Giacinti, relazione tecnica del segretario generale della Programmazione Maurizio Gasparin, i direttori di Bilancio, Sanità, Protezione civile e Sviluppo economico a disposizione per eventuali quesiti. Tomaello ha comunque rivendicato quella velocità come prova di volontà politica, ringraziando consiglieri e funzionari per la presenza in piena stagione di ferie. La lettura opposta era agli atti dal 5 agosto, quando Giovanni Manildo, capogruppo del Partito Democratico e portavoce delle opposizioni, aveva definito l’approvazione lampo in giunta e l’ipotesi di convocare l’aula per il 25 un blitz di mezza estate, destinato a svilire il confronto.

Ma la contestazione non si è fermata al calendario. Sulla scorta di un parere dell’Ufficio legislativo del Consiglio, Manildo — che coordina l’Intergruppo delle opposizioni — ha sostenuto che il provvedimento non costituisca un atto necessitato: nessun obbligo giuridico impone alla Regione di deliberare in quei termini e in quei tempi. Obiezione di procedura, non di merito, che però tocca il fondamento dell’urgenza dichiarata. La seduta di questi giorni non nasce ad agosto: nasce da un voto di febbraio, ed è in quel voto che sta la ragione per cui oggi si litiga sulla procedura. Fu allora che Stefani, già relatore del disegno di legge sull’autonomia alla Camera, ottenne il mandato a trattare con il Governo: la mozione del capogruppo della Lega-Liga Veneta Riccardo Barbisan passò con trentadue voti favorevoli e due contrari, e quindici consiglieri non parteciparono al voto. Quel mandato, secondo le ricostruzioni, conteneva un obbligo esplicito: fornire adeguate informative al Consiglio sull’evoluzione del confronto istituzionale. È la norma che le opposizioni considerano oggi disattesa.

Resta da sciogliere un equivoco che circola nelle cronache di queste settimane, perché cambia la portata dell’accaduto. Il passaggio parlamentare di luglio non è stato l’approvazione dell’intesa: Senato, Camera e Consiglio delle Autonomie locali si sono espressi con un parere sugli schemi preliminari, secondo la procedura prevista dalla legge 86 del 2024. In Conferenza Unificata il via libera era arrivato da Province e maggioranza delle Regioni, con il voto contrario di Anci nazionale. Mancano due tappe, e le ha elencate lo stesso Stefani il 5 agosto: il Consiglio dei ministri e il voto definitivo del Parlamento. Il che significa autunno, dentro la sessione di bilancio. I capigruppo di maggioranza, da Barbisan a Matteo Pressi di Stefani Presidente, da Alberto Bozza di Forza Italia ad Alessio Morosin di Liga Veneta Repubblica, hanno diffuso una nota congiunta che descrive il voto in commissione come attuazione del mandato referendario del 2017 e le quattro materie come un punto di partenza verso le ventitré. Sono le stesse quattro della pre-intesa siglata dal ministero di Roberto Calderoli con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria: il Veneto arriva in aula per primo, non da solo.

Sul merito, insomma, la maggioranza ha un argomento collaudato. Sul metodo molto meno: aver deliberato in agosto, con il parere dell’Ufficio legislativo agli atti e il mandato di febbraio a fissare per iscritto un obbligo di informativa, lascia alle opposizioni un appiglio procedurale che l’autunno non archivierà. La partita veneta si chiude in questi giorni. Quella romana comincia adesso.