Tra i discorsi, tra le bandiere, dentro il perimetro produttivo di Marghera accade qualcosa che vale la pena guardare da vicino, oltre il rumore di fondo delle chiusure e delle vertenze. Quest’estate entreranno in funzione due dei più importanti impianti italiani per la produzione di idrogeno verde: la joint venture Green Hydrogen Venezia di Eni con Magis (cinquanta milioni di investimento) e l’impianto Sapio (venti milioni). Sono i tasselli concreti di un progetto più ampio — la Hydrogen Valley Venezia cofinanziata dal Pnrr con diciassette milioni — che fa di Porto Marghera uno dei poli candidati a guidare la transizione energetica nazionale, con applicazioni dirette alla mobilità urbana, alla logistica portuale, alla chimica fine. Non è un futuro promesso ma un presente in costruzione, con date, cantieri, contratti già firmati.

Veneto, nuove filiere, vecchie ciminiere. A Marghera l’occupazione cambia volto

Attorno a questi nuovi impianti, il volto del lavoro si trasforma in modo silenzioso e tenace. Allo storico operaio chimico di base si affiancano oggi i tecnici della transizione energetica, gli ingegneri di processo formati sui nuovi vettori, gli operatori della logistica decarbonizzata, i ricercatori del Green Propulsion Laboratory che sperimenta bioidrogeno da microalghe e dark fermentation dei rifiuti urbani. Non si tratta di sostituzioni indolori: la chimica di base ha pagato e sta pagando un prezzo alto, fra costi energetici, concorrenza asiatica e pressioni normative, e la stessa Confindustria Veneto Est chiede da tempo un cambio di rotta europeo per tutelarla. Ma la riconversione, anche dove arranca, non è un libro che si chiude: è un capitolo che si riscrive, con altre parole e altri protagonisti.

Un’idea di futuro su cui scommettere

Il punto interessante, per il Veneto del Primo Maggio, è che questa metamorfosi non avviene per caso. Avviene perché qui abitano infrastrutture rare, complesse, unite in un sistema — pipeline, terminal, porto, ricerca, competenze accumulate in un secolo — che nessun nuovo polo potrebbe replicare in tempi brevi. È il vantaggio della profondità storica: si parte da quello che già c’è e lo si riadatta, senza dover reinventare da zero un sapere industriale. Per chi quelle ciminiere le ha guardate crescere e poi tacere, è un’idea di futuro su cui il Veneto può scommettere senza ingenuità e senza disfattismi: lasciando indietro né i vecchi mestieri né i nuovi.