C’è una geografia sotterranea della politica italiana che le mappe nazionali non registrano più. È fatta di campanili che sono ancora coordinate mentali, di piazze dove il sindaco si saluta per nome, di consigli comunali in cui le decisioni hanno un peso perché hanno un volto. Mentre Roma declina la politica come conflitto permanente — un flusso di dichiarazioni che si cancellano a vicenda nel giro di poche ore — il Nord-Est continua a praticare una forma di governo che si misura sulle cose: una rotonda, una scuola, un distretto produttivo che cambia pelle.

Non è nostalgia. È, semmai, il contrario: è la constatazione che la politica astratta — quella delle correnti, dei talk, degli algoritmi — produce rumore ma non produce decisioni. Il civismo riformista, dove funziona, funziona perché riconduce il potere al luogo in cui i suoi effetti si vedono. Chi amministra un territorio sa che il tempo della rendicontazione è breve, che la prossimità non consente finzioni e che la fiducia, una volta incrinata, non si ricostruisce con un tweet. Qualcuno ha scritto che la modernità accelera ogni cosa tranne il legame. E infatti la politica nazionale, ossessionata dalla velocità, ha smarrito la grammatica del legame. I sindaci del territorio, i riformatori locali, gli amministratori che si occupano di acqua, rifiuti, mobilità, cultura, stanno ricostruendo quella grammatica dal basso: non per vocazione municipalista, ma perché è l’unica scala su cui la democrazia conserva ancora una misura umana. Il Veneto, in questo, ha qualcosa da dire al Paese. Spesso lo dice senza alzare la voce. Vale la pena ascoltarlo.

Spritz

Autore