L’enoturismo è stato uno dei grandi protagonisti di Vinitaly 2026, tra convegni affollati, degustazioni esperienziali e incontri tra operatori. Un tema trasversale, emerso con forza nell’area Vinitaly Tourism e nei numerosi talk dedicati, che ha restituito l’immagine di un settore in salute ma ancora incompiuto. I numeri, del resto, parlano chiaro: 15 milioni di visitatori e un valore stimato di 3 miliardi di euro, con una crescita costante sia delle presenze sia delle vendite dirette nelle realtà più strutturate. Eppure, dietro questo quadro positivo, si nasconde una criticità che gli operatori ormai riconoscono senza esitazioni: il problema non è più attrarre turisti, ma farli arrivare davvero in cantina.

È questo il cuore della nuova indagine “Enoturismo in Italia, il valore della prossimità”, presentata dal Movimento Turismo del Vino insieme al CESEO nella Sala Vivaldi del Palaexpo di Veronafiere. Un momento centrale della manifestazione, che ha visto il confronto tra la presidente nazionale Violante Gardini Cinelli Colombini, il presidente del CESEO Dario Stefàno e il data scientist Federico Guzzo. «Non basta attrarre i visitatori: dobbiamo lavorare sulla visibilità e accessibilità delle cantine», ha sottolineato Gardini Cinelli Colombini, indicando con chiarezza il cambio di paradigma richiesto al settore. Il dato più emblematico riguarda proprio il turismo internazionale: l’Italia accoglie oltre 100 milioni di viaggiatori stranieri l’anno, ma meno del 10% visita una cantina. Una quota che resta sorprendentemente bassa per un Paese che ha nel vino uno dei suoi simboli più forti. La distanza tra desiderio e fruizione è tutta in quel “ultimo miglio” che separa il turista dalla cantina. La quasi totalità dei visitatori arriva con mezzi propri, mentre i collegamenti pubblici e i servizi organizzati restano limitati. Nel Mezzogiorno, dove pure si registrano performance interessanti con molte aziende oltre i 2000 visitatori annui, cresce il ricorso al trasporto privato organizzato (21% contro una media nazionale del 13%).

Il nodo è anche economico: il trasferimento dalla stazione o dall’aeroporto può costare più di un volo low cost, arrivando in alcuni casi a superare i 200 euro. Un paradosso che pesa soprattutto sui turisti stranieri, meno autonomi negli spostamenti e più sensibili alla chiarezza delle informazioni. Non è solo una questione di infrastrutture. Come emerso più volte durante i convegni, esiste anche un problema di sistema: oltre la metà delle cantine opera in territori dove non esistono operatori locali in grado di commercializzare wine tour, e molte aziende non comunicano in modo strutturato con agenzie e strutture ricettive. Un limite che si riflette anche sul piano digitale. Se da un lato le prenotazioni online crescono — arrivando a rappresentare quasi il 70% del totale — dall’altro solo una parte delle cantine fornisce indicazioni chiare su come raggiungerle, rendendo l’esperienza difficile da pianificare già nella fase iniziale.

Il tema dell’accessibilità attraversa anche il dibattito culturale sul futuro del settore. «Tra il desiderio del viaggiatore e il cancello della cantina esiste ancora un muro invisibile», ha osservato Gardini Cinelli Colombini in un altro passaggio, sottolineando come il linguaggio e l’organizzazione del mondo del vino possano risultare ancora poco immediati per il pubblico internazionale. A Vinitaly questo confronto si è tradotto in una riflessione più ampia sul modello di sviluppo dell’enoturismo. Non a caso, tra i temi ricorrenti nei 15 convegni dell’area Vinitaly Tourism, è emersa con forza la necessità di passare da una logica di accoglienza a una vera gestione strategica dell’esperienza. «Non si tratta solo di creare belle esperienze, ma di governare un centro di profitto», ha spiegato Andrea Pozzan, intervenuto sul ruolo sempre più manageriale dell’hospitality nelle cantine .

Un passaggio che implica competenze nuove, integrazione tra canali e una maggiore capacità di trasformare la visita in relazione economica duratura. Il tema della qualità contro la quantità è tornato anche nel talk “Irpinia Sannio Wine Experience: territori, vini e ospitalità”, ospitato nel padiglione Campania dalla Camera di Commercio Irpinia Sannio. Qui, tra degustazioni e confronto, sono intervenuti Tommaso Luongo (AIS Campania), Maria Paola Sorrentino (Movimento Turismo del Vino Campania) e la stessa Gardini Cinelli Colombini. Nel dibattito è emerso un monito chiaro: «il turismo cattivo scaccia quello buono», una sintesi efficace della necessità di governare i flussi senza snaturare territori e identità. Il messaggio che arriva da Vinitaly 2026 è quindi duplice. Da un lato, l’enoturismo si conferma una delle leve più promettenti per il futuro del vino italiano, capace di generare valore diretto e rafforzare il legame con il consumatore. Dall’altro, il suo sviluppo dipenderà sempre più dalla capacità di risolvere un problema apparentemente semplice ma decisivo: l’accesso. Perché oggi il limite non è la mancanza di interesse. È la difficoltà, ancora troppo diffusa, di trasformarlo in un viaggio possibile.