La vitamina D, chiamata anche calciferolo, è un percussore di un ormone che agisce a basse concentrazioni legandosi ai recettori. Il legame ormone-recettore lavora come una chiave nella serratura: ovvero apre solo la porta giusta.

Il nostro organismo è in grado di auto riprodurre la vitamina D. Il modo più conosciuto per aumentare la produzione di essa è l’esposizione al sole. Tuttavia, la vitamina D si scompone abbastanza rapidamente, il che significa che le scorte possono esaurirsi, soprattutto in inverno. Esperti e ricercatori di vitamina D suggeriscono, ad esempio, che circa 5-30 minuti di esposizione al sole, in particolare tra le 10:00 e le 16:00, ogni giorno o almeno due volte a settimana su viso, braccia, mani e gambe senza crema solare, di solito porta a una sufficiente sintesi di vitamina D.

La vitamina D può essere anche integrata attraverso determinati cibi o integratori. Gli alimenti che contengono la vitamina D sono pesce grasso come salmone, sgombro, tonno e trota; fegato di manzo; tuorli d’uovo; formaggi; funghi tra quali alcuni vengono trattati con luce UV proprio per aumentare i loro livelli di vitamina D; latte e cereali vengono volontariamente fortificati negli Stati Uniti o in Canada.

Ma perché è così importante per noi? Le ragioni sono molteplici e sono tutte collegate, ovviamente, alla nostra salute a breve e lungo termine. Il calcifero è fondamentale, ad esempio, per mantenere in salute ossa e denti. Ha un ruolo significato nella regolazione del calcio e nel mantenimento dei livelli di fosforo nel sangue. Infatti, la vitamina D consente all’intestino di stimolare e assorbire il calcio e recuperare quello che viene espulso dai reni, permettendo la normale mineralizzazione delle ossa e per prevenire la tetania ipocalcemica ovvero la contrazione involontaria dei muscoli che porta a crampi e spasmi.

La vitamina D, influisce anche sul miglioramento del sistema immunitario, del cervello e del sistema nervoso. Una ricerca non ancora terminata, effettuata nel 2018, dal National Institute of Health, sta dimostrando che la vitamina D ha un effetto protettivo contro il virus influenzale.

La vitamina D regola anche i livelli di insulina e supporta la prevenzione del diabete di tipo 1, sostiene la funzione polmonare e previene malattie cardiovascolari.

Se carente, a breve termine, si è maggiormente predisposti ad infezioni o malattie, all’aumentare dei dolori muscolari e può causare anche la perdita di capelli. A lungo termine, invece, può portare a problemi cardiovascolari, autoimmuni, malattie neurologiche, complicazioni delle gravidanze e cancro.

Uno studio effettuato dall’American Academy of Allergy Asthma and Immunology (AAAAI), suggerisce che, nei neonati, è presente una connessione tra una bassa esposizione alla vitamina D e un aumentato rischio di predisposizione allergica. Il nesso è anche dimostrato dai dati che dimostrano che i bambini nati vicino all’equatore hanno tassi di ricoveri più bassi causati da allergie.

Sempre nei neonati un’altra dimostrazione è relativa all’età in cui vengono inserite nella loro alimentazione, le uova. Si è dimostrato che i bambini che hanno iniziato a mangiare le uova dopo 6 mesi sono più predisposti a sviluppare allergie alimentari rispetto a coloro che hanno iniziato entro i 4-6 mesi di vita.

La carenza di vitamina D nei bambini può causare il rachitismo, una patologia caratterizzata da un’incapacità del tessuto osseo di essere mineralizzato che porta a un aspetto gravemente curvo a causa dell’ammorbidimento delle ossa. Senza una quantità sufficiente di vitamina D, le ossa possono diventare sottili, fragili o deformi. Anche i neonati che allattano solo dal seno necessitano di un integratore di vitamina D, soprattutto se hanno la pelle scura o una minima esposizione al sole. L’allattamento al seno esclusivo e prolungato senza integrazione di vitamina D può causare rachitismo.

Negli adulti, la carenza di vitamina D si manifesta come osteomalacia o ammorbidimento delle ossa. Essa si traduce in una scarsa densità ossea e debolezza muscolare.

Nelle donne incinte, il rischio di avere un valore di vitamina D carente è quello di sviluppare la

Gli anziani sono maggiormente a rischio di sviluppare un’insufficienza di vitamina D, in parte perché la capacità della pelle di sintetizzare la vitamina D diminuisce con l’età. Inoltre, è probabile che gli anziani trascorrano più tempo in casa rispetto ai giovani e potrebbero avere un apporto alimentare inadeguato della vitamina D.

Ma se la vitamina D si autoproduce, perché allora c’è la possibilità che i valori sono bassi?

Le persone che soffrono di patologie collegate alle limitazioni di assorbimento di determinati cibi, pure soffrono di carenza di vitamina D. Siccome la vitamina D è liposolubile, il suo assorbimento dipende dalla capacità dell’intestino di assorbire i grassi alimentari. Il malassorbimento dei grassi è associato a condizioni mediche che includono alcune forme di malattia del fegato, fibrosi cistica, celiachia, morbo di Crohn e colite ulcerosa. Oltre ad avere un maggior rischio di carenza di vitamina D, le persone con queste condizioni potrebbero non mangiare determinati alimenti, come i latticini, o mangiare solo piccole quantità di questi alimenti. Gli individui che hanno difficoltà ad assorbire i grassi alimentari potrebbero quindi richiedere un’integrazione di vitamina D.

Inoltre, un valore basso di vitamina D può essere determinato dal tipo di pelle che abbiamo. Le persone dalla pelle scura o chi usa la protezione solare, limitano anche la sintesi della vitamina D dalla luce solare, riducono la capacità del corpo di assorbire i raggi ultravioletti del sole. Tuttavia, non è chiaro se i livelli più bassi nelle persone con pelle scura abbiano conseguenze significative sulla loro salute. Le statistiche infatti, dimostrano che le persone afroamericane hanno tassi inferiori di fratture ossee e osteoporosi rispetto agli europei.

Non è solo la posizione geografica che determina il livello di vitamina D presente nel nostro corpo ma questo dipende anche dal livello di inquinamento della città dove si vive, se si lavora di notte o se si sta spesso a casa durante il giorno o se per motivi religiosi e non solo, si indossa un determinato tipo di abbigliamento.  Queste categorie devono integrare la vitamina D da fonti alimentari.

La quantità di assunzione della vitamina D deve essere controllata. Le persone possono misurare l’assunzione di vitamina D in microgrammi (mcg) o unità internazionali (UI). Un microgrammo di vitamina D equivale a 40 UI. Le assunzioni giornaliere raccomandate sono: neonati 0-12 mesi – 400 UI (10 mcg); bambini da 1 a 18 anni: 600 UI (15 mcg); adulti fino a 70 anni: 600 UI (15 mcg); Adulti sopra i 70 anni: 800 UI (20 mcg); Donne in gravidanza o in allattamento: 600 UI (15 mcg).

Se il valore di vitamina D è elevato si rischia un’eccessiva calcificazione delle ossa e all’indurimento dei vasi sanguigni, dei reni, dei polmoni e dei tessuti cardiaci. I sintomi più frequenti sono: mal di testa; nausea; perdita di appetito; bocca asciutta; sapore metallico; vomito; stipsi o diarrea.

Le raccomandazioni sull’assunzione di vitamina D e altri nutrienti sono fornite dalla Dietary Reference Intakes (DRI) sviluppata dai comitati di esperti della NASEMDRI è il termine generale per un insieme di valori di riferimento utilizzati per pianificare e valutare l’assunzione di nutrienti da parte di persone sane.

LA RICERCA – Uno studio coordinato dall’Università di Padova con il supporto delle Università di Parma, di Verona e gli Istituti di Ricerca CNR di Reggio Calabria e Pisa, pubblicato sulla rivista Nutrients ha preso in considerazione pazienti con diagnosi positiva di SARS-CoV-2, ricoverati in ospedale dal 15 marzo al 20 aprile 2020. In base alle caratteristiche cliniche, insieme alle cure necessarie sono stati integrati circa 400.000 UI di vitamina D per due giorni consecutivi. Lo studio ha compreso 91 pazienti di età compresa tra 74 e 13 anni con COVID-19.

I RISULTATI – 50 pazienti presentavano due o più malattie parallele, 36 hanno ricevuto la vitamina D.  Durante il periodo di follow-up 10-14 giorni, 27 pazienti sono stati trasferiti in terapia intensiva e 22 sono morti. Complessivamente 43 pazienti hanno sperimentato l’endpoint combinato di trasferimento in terapia intensiva o morte.

CONCLUSIONE – L’effetto della vitamina D nei confronti delle infezioni da covid-19 è molto influenzata dal fatto che i pazienti positivi e malati spesso hanno altre condizioni cliniche. Quindi la grande efficacia della vitamina d sembra aver avuto più che stessa della vitamina d, è dovuta dal fatto che i pazienti erano malati non di covid-19 e l’effetto è stato amplificato perché la somministrazione della vitamina d li ha fatti stare meglio. Questo studio genera ipotesi basate sulla sperimentazione clinica del potenziale beneficio che la vitamina D può offrire in questi pazienti in comorbidità con COVID-19.

Laureata in relazioni internazionali e politica globale al The American University of Rome nel 2018 con un master in Sistemi e tecnologie Elettroniche per la sicurezza la difesa e l'intelligence all'Università degli studi di roma "Tor Vergata". Appassionata di politica internazionale e tecnologia