“In questa terribile storia c’è stato un solo vero guerriero: Willy. Non certo quei quattro che si sono accaniti su una sola persona. Sono mele marce che non hanno niente a che vedere non solo con l’MMA ma con lo sport in generale”. È il commento che arriva da Alessio Sakara, campione di arti marziali miste e fighter nei pesi mediomassimi della federazione statunitense Bellator MMA, sentito da AdnKronos sull’uccisione del 21enne Willy Monteiro Duarte, omicidio che vede indagati quattro ragazzi, tra cui due frequentatori di una palestra di MMA.

Una puntualizzazione necessaria quella di Sakara, contro il luogo comune che imperversa sui giornali italiani che stanno trattando la vicenda di Willy. I fratelli Marco e Gabriele Bianchi, arrestati assieme a Marco Pincarelli e Francesco Belleggia, praticavano l’MMA (acronimo della sigla inglese Mixed martial arts, ndr), circostanza che ha spinto il direttore de ‘La StampaMassimo Giannini a scrivere su Twitter: “Ciao #Willy, ragazzo coraggioso e generoso. Ma ora, puniti i due esaltati energumeni che lo hanno massacrato, vogliamo bandire certe discipline “marziali” e chiudere le relative palestre?”.

Idea bislacca quella di Giannini, tanto da spingerlo in un successivo tweet a tentare di ‘metterci una pezza’ spiegando di andare “in palestra, anche tutti i giorni da molti anni”. Ma è una logica fallace: per Giannini quindi si potrebbe eliminare il baseball se in una rissa una persona usa una mazza per colpire e uccidere? O eliminare il pugilato, se ritornassimo al famoso match in cui Mike Tyson strappò parzialmente l’orecchio di Holyfield? Un discorso tipico, quello di Giannini e degli altri media, del proibizionismo da anni ’20 negli Stati Uniti: eliminare o limitare qualcosa che non è di per sé nocivo per l’uso violento che qualcuno ne fa.

Giannini e gran parte dei giornali, che da lunedì hanno iniziato a demonizzare le arti marziali miste, dimenticano che i praticanti di MMA sono spesso ragazzi che arrivano da periferie disagiate, in alcuni casi anche con un passato difficile, che imparano ad “educarsi”, a trattenere la violenza. Spiega ancora Sakara: “Se vengo a sapere che un mio allievo ha litigato in discoteca o si è messo in qualche brutto guaio, lo caccio subito senza passare per il via, senza aspettare le scuse”.

Chi di arti marziali miste è esperto spinge a riflettere quindi non sulla tipologia di sport praticato, ma sui principi che vengono insegnati e ‘ricevuti’ dagli allievi.