La Repubblica italiana compie ottant’anni. Non si capisce il 2 giugno 1946 senza l’8 settembre 1943: crollo dello Stato, fuga del re, soldati lasciati senza ordini, Italia divisa, occupazione tedesca, Resistenza, guerra civile. E non si capisce senza San Lorenzo, 19 luglio 1943. Dopo il bombardamento alleato, Pio XII va tra le macerie ed è accolto come presenza vicina; Vittorio Emanuele III viene respinto con rabbia. In quella distanza tra presenza e responsabilità si consuma una parte del destino della monarchia.

Il referendum non fu un plebiscito: il Nord votò in larga misura per la Repubblica, il Sud rimase in gran parte monarchico. Il compito successivo fu trasformare una scelta sofferta in una casa comune. La prova più alta fu la Costituente. La Repubblica fu ricostruzione materiale e creatività: Piano Marshall, fabbriche, migrazioni interne, scuola di massa, televisione, miracolo economico. Ma la Repubblica conobbe anche terrorismo, Moro, violenza rossa e nera, poi le stragi mafiose del 1992. Il destino della Repubblica non è mai stato soltanto nazionale. Mazzini immaginava già gli Stati Uniti d’Europa; dopo il 1945 De Gasperi, Einaudi, Spinelli, Schuman e Adenauer capirono che l’Europa non poteva più fondarsi sugli egoismi nazionali. L’Europa scelse soprattutto la via economica e monetaria, lasciando incompiuta l’unità culturale, politica e militare. Oggi questa incompiutezza pesa.

Ottant’anni dopo, la Repubblica non è un monumento. È un compito. Nacque da una sconfitta, ma non fu una Repubblica sconfitta. Il suo lascito è severo: una comunità è grande quando trasforma le ferite in bene comune.

Stefano Maria Capilupi

Autore