Europa
Gli italiani vogliono l’integrazione europea ma il referendum del 1989 è stato tradito
Il 7 febbraio 1986, i docenti dell’Università di Padova, Marco Mascia e Antonio Papisca, registrarono una conversazione telefonica con Altiero Spinelli. In quella occasione, il presidente della Commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo espresse la sua profonda delusione per il muro di opposizione che il “suo” Progetto costituzionale di Trattato sull’Ue aveva trovato da parte degli Stati membri. Erano trascorsi due anni da quando il Progetto era stato approvato quasi all’unanimità dall’Europarlamento.
Il colloquio si svolse pochi giorni prima della firma dell’Atto Unico europeo, con cui i capi di Stato e di governo stavano modificando i Trattati di Roma. Spinelli così reagì alle domande dei professori padovani: «L’Atto Unico europeo è una grossa sconfitta del Parlamento europeo e dell’iniziativa che avevamo preso. La spiegazione della sconfitta può essere così riassunta. L’esigenza che bisognava andare oltre la Comunità era sentita da tutti e con urgenza, fuori e dentro il Parlamento europeo, negli ambienti politici e in quelli economici dei vari Paesi […]. Noi abbiamo fatto questa esperienza: il Parlamento europeo composto da gente comune, eletto dai cittadini, con l’intento di rappresentare i cittadini e di incarnare la coscienza politica media che c’è in Europa, ha mostrato di essere capace di elaborare un progetto che aveva un contenuto preciso, che creava un potere vero, competenze vere, garanzie e per gli Stati e per il potere comunitario, e apriva la strada ad una cooperazione e ad una integrazione molto più avanzata. Quando si dice: gli europei non sono capaci di pensare in quest’ottica, si dice una cosa falsa. Gli europei hanno invece dimostrato di essere capaci di farlo. Però, i capi di governo, invece di accettare quello che gli avevamo detto, cioè “prendete il progetto del Parlamento, eventualmente ridiscutetelo con noi, impegnatevi a portarlo alla ratifica degli Stati e a farlo entrare in vigore quando è raggiunto un certo numero minimo di ratifiche”, hanno ritenuto che bisognasse fare un trattato internazionale. E così hanno risposto – direi per pigrizia mentale, per pigrizia politica e, naturalmente, anche dietro la pressione di forze che non volevano che si facesse così – “va bene, noi allora facciamo prima una conferenza intergovernativa”. Quindi hanno messo in piedi tutta la procedura dell’art. 236 del Trattato CEE, che è la procedura prevista per la stipula di un trattato intergovernativo. Orbene, la Conferenza intergovernativa è una conferenza in cui i ministri danno alcune direttive, mentre il laborioso compito di preparare i testi, i progetti, ecc. è affidato alle macchine del decision-making dei singoli Stati, delle singole diplomazie. Ora, se si fa sul serio la costruzione europea, qualcuno naturalmente ci rimette, anche se i più ci guadagnano. Non ci rimette sicuramente il mondo economico, ma neppure quello politico – i politici, quello che perdono a livello nazionale lo recuperano a livello europeo. Chi ci perde di sicuro sono le amministrazioni nazionali, quelle che hanno il grosso controllo sulla politica internazionale, che sono organi potentissimi e che hanno una influenza che va al di là delle loro competenze formali: la loro concezione è che se si deve fare l’Europa, allora, qualche passo avanti bisogna farlo nel settore della cooperazione intergovernativa».
Spinelli morì il 23 maggio, tre mesi dopo quella telefonata. E si adoperò fino agli ultimi giorni per convincere il suo movimento federalista europeo a raccogliere le firme per un referendum di iniziativa popolare volto a dare un mandato costituente al Parlamento europeo e così evitare di passare sotto le forche caudine delle diplomazie dei governi nazionali. Fu necessaria una modifica costituzionale per poter svolgere un referendum di indirizzo. Il 18 giugno 1989, gli elettori chiamati alle urne per rinnovare l’Europarlamento trovarono nei seggi anche una scheda su cui era scritto: «Ritenete voi che si debba procedere alla trasformazione delle Comunità europee in una effettiva Unione dotata di un governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di costituzione da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri della Comunità?».
Al voto parteciparono 37.560.404 votanti, pari all’80,68% dei 46.552.411 elettori italiani. I Sì furono 29.158.656, vale a dire l’88,03% dei votanti. Ma quel referendum fu presto rimosso dalla memoria collettiva. E si continua a dire che la maggioranza degli italiani non sarebbe ancora pronta ad accettare un’Unione europea dotata della sovranità necessaria per confrontarsi con le altre potenze mondiali.
© Riproduzione riservata







