La realtà irrompe in questo romanzo politico di Stefano Valenti (“Come farfalla a luglio”, Gramma Feltrinelli), ed è una realtà che molti hanno ancora negli occhi: i fatti di Genova del luglio 2001. Le giornate allucinanti delle manifestazioni del Movimento No global in concomitanza con il G8, degli assalti del black bloc, delle violenze delle forze dell’ordine, della morte di Carlo Giuliani, dei misfatti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. La disumanità al potere. L’operazione letteraria è costruita su un doppio binario: da una parte il racconto crudissimo, “dal di dentro”, di quelle giornate; dall’altra il così intenso racconto dell’amico dell’autore, Francesco, intellettuale marxista tendenza eretica (Benjamin, Marcuse) e del suo progressivo declino spirituale e fisico, la malattia, fino al suicidio. Quel che Valenti delinea è il parallelismo tra la critica del mondo capitalistico, che ricomprende la straordinaria difficoltà di abbatterlo, e l’abisso in cui Francesco precipita.

Genova è la saldatura fisica della doppia catastrofe, ed è catastrofe essa stessa. Il fatto che Francesco non riesca a concludere il suo romanzo-saggio sull'”implosione del capitalismo” è una dura metafora della storica “sconfitta” della classe operaia – è l’analisi di Valenti – surclassata dalla globalizzazione e anestetizzata dalla socialdemocrazia. A questi due livelli (Genova 2001 e la caduta di Francesco) se ne aggiunge un terzo che è un altro collante tra i primi due, e cioè le riflessioni politiche dell’autore: e questo, a parte le opinioni che si possono avere nel merito, è il punto più debole di “Come farfalla a luglio” (leggera variante di un verso di Rimbaud) perché in quei punti il romanzo si fa documento politico, con inevitabile mutazione dello stile letterario. Il romanzo allora diventa non più romanzo ma vita vissuta, cronaca giornalistica, accusa politica. Valenti non tralascia nulla. La cruda descrizione dei fatti di Genova e di Bolzaneto è forte, e quei nomi di luoghi – piazza Alimonda, dove morì “Carlo”, cioè Giuliani, che era loro amico – suonano ancora oggi sinistri. «Noi ci siamo recati in quella città a manifestare ma lì abbiamo finito col crepare. Tra tutti quelli che hanno manifestato a Genova, noi eravamo tra i più adatti a comprendere come meglio comportarci, che cosa significasse quel G8, eppure Carlo aveva compreso meglio di quanto avessimo potuto farlo noi. D’altra parte, noi viviamo ancora e Carlo no». Diaz, Bolzaneto. La “mattanza”. Pagine di orrore puro: «Giuseppe, un ometto che lamentava di essersi pisciato addosso, su quell’uomo era un precipitare di manganellate. Nel frattempo, dalla grata della finestra, sente gli agenti rivolgersi alle donne con un ‘Ora ti devo violentare, vecchia troia comunista’. E tra rivoli di sangue, tra urla femminili, Francesco dice di aver sentito un agente affermare che avrebbero dovuto stuprarle come avevano fatto in Kosovo».

Dolori, umiliazioni. E poi le scene vivide della polizia contro i vari cortei spezzati da cariche improvvise. Botte, tante botte. «Ci hanno picchiato, presi a calci e manganellate, senza un perché». Questo è il punto. Perché? Tribunali e Parlamento hanno detto tante cose. Ma venticinque anni dopo quel “perché” non ha ancora una risposta compiuta. Quella violenza selvaggia non si spiega solo con quelli che Valenti definisce «gli orientamenti fascisti» presenti in pezzi dello Stato. Non tutto è chiaro, di quei giorni di Genova, e non lo sarà mai, probabilmente. Resta la sensazione di un colpo durissimo che assomiglia a un ko finale di quel Movimento, di quella battaglia. E della stessa carissima Genova, piegata in due.