Gli stipendi a Milano non bastano. Si obietterà che non è un problema esclusivamente milanese: in tutta Italia gli stipendi si sono sganciati ormai da tempo dai trend europei. Vero, ma dove il costo della vita è più alto, come nelle grandi metropoli, l’inadeguatezza dei salari – e soprattutto di alcuni salari – si mostra in tutta la sua pericolosità. Perché il tema centrale per il futuro della città è il rapporto tra stipendi e costo della vita. Più si sbilancia, più persone vengono messe di fronte alla scelta tra restare in città al prezzo di grandi sacrifici e andare altrove.

Il report dell’Osservatorio Casa Abbordabile promosso da Consorzio Cooperative Lavoratori e LUM con il Politecnico di Milano fotografa una città nella quale più del 60% del reddito viene speso per casa e trasporti. E qui si realizza una prima, grande, ingiustizia. Una parte consistente di chi lavora a Milano e vive quotidianamente la città, nel 2027 non potrà votare alle elezioni comunali perché spinta altrove, nell’hinterland e oltre, proprio dal costo della vita. Potranno invece votare rentier che hanno mantenuto la residenza a Milano ma trascorrono la maggior parte del tempo fuori città. E il primo tema su cui è necessario intervenire è la dimensione della città. Serve un trasferimento di poteri dal Comune – anzi, dai Comuni – alla Città metropolitana. Non solo perché chi lavora a Milano deve poter tornare a votare per il proprio sindaco, in questo caso il sindaco della Città metropolitana, ma anche perché nella dimensione della Città metropolitana si può affrontare tanto il tema della casa quanto quello dei salari. In altri termini: i due parametri per ribilanciare il rapporto tra costo della vita e stipendi.

Partiamo dalla questione abitativa. Recentemente Emmanuel Conte (che oltre al bilancio ha la delega al piano straordinario casa) ha presentato al pubblico la strategia e i primi risultati delle nuove linee di intervento del Comune. Un impegno rilevante da parte dell’amministrazione, che potrebbe avere un impatto ancora maggiore se non fosse per tre limiti strutturali non attribuibili a Palazzo Marino: mancano poteri, risorse economiche e spazi da adibire. Il sindaco di Milano ha gli stessi poteri, nella sostanza, di un sindaco di un piccolo Comune. Un intervento decisivo sulla questione abitativa a Milano deve necessariamente avere ad oggetto anche aree dell’hinterland e un trasferimento di poteri e di risorse. Insomma un sindaco metropolitano che abbia gli stessi poteri di molti dei suoi colleghi metropolitani nel resto d’Europa. O, in alternativa, una collaborazione stretta sul tema tra Città metropolitana, regione e governo nazionale.
Ma se la casa è una leva generalmente “lenta”, con uno scarto temporale anche significativo tra le decisioni e i loro effetti sulla vita delle persone, i salari possono essere una leva “veloce”, quasi immediata.

Serve un contratto integrativo per Milano (e più in generale: serve contrattazione integrativa in Italia). Lo abbiamo proposto come Adesso! ormai due anni fa, se ne è dibattuto, da ultimo a un incontro nello scorso febbraio con l’assessora al lavoro Alessia Cappello e i sindacati. Ora è tempo di attivare una vera contrattazione territoriale. Che faccia sostanzialmente almeno due cose: recepisca la soglia di povertà in città (era di 10€ all’ora nel 2024) e intervenga sul rapporto tra stipendi e costo della vita. Lo può fare attraverso servizi e welfare. E lo può fare anche intervenendo sui salari. Su questo fronte la campagna Generazione sospesa di Adesso! e Factanza propone una leva concreta: detassare gli aumenti da contrattazione integrativa aziendale e territoriale. Una misura che serve anche a defibrillare uno strumento, quello della contrattazione territoriale, che in Italia è quasi fermo. Perché viviamo un paradosso: dove l’economia non funziona i salari sono bassi perché le aziende non sarebbero in grado di pagarli, dove l’economia funziona i salari sono bassi per non creare disparità. Mentre il costo della vita aumenta. Serve intervenire e riequilibrare. Sulla casa bisogna continuare e allargare l’intervento, sapendo che gli effetti si vedranno nel tempo. Sui salari si può cominciare oggi. Il 1° maggio è una buona data per farlo.

Tomaso Greco

Autore

Portavoce di Adesso!