Dal 1964, L’Arche aiuta persone con disabilità intellettive in 38 Paesi, dall’Argentina allo Zimbabwe, attraverso progetti e case famiglia. In ucraino, “Arca” si traduce Kovcheh. È il nome della comunità che opera a Leopoli (Lviv) dal 1998: un impegno già oneroso in tempi normali, proseguito anche dopo l’aggressione russa.

Yelyzaveta Halyanyuk, che ne cura le relazioni esterne, racconta: “Con l’invasione, sono aumentati la vulnerabilità e lo stress emotivo di tutti noi. Ci riparavamo dalle esplosioni non sapendo se avemmo potuto continuare a lavorare”. Ma sono andati avanti, nonostante il pericolo sia costante: “Le persone con disabilità continuano a vivere nelle loro case. Durante la settimana, lavorano insieme a operatori e volontari, costruendo relazioni basate su dignità e rispetto reciproco, attraverso laboratori in cui si creano oggetti artigianali, interazione sociale, eventi comuni e momenti di vita condivisi, che rimangono fondamentali soprattutto in periodi di incertezza”.

Dal 2022, a Lviv sono stati uccisi dalle bombe di Mosca decine di civili. Un secondo cimitero è stato aperto per gli oltre mille soldati morti nelle azioni di difesa del Paese. Kovcheh coinvolge un centinaio di persone, metà delle quali con disabilità intellettiva. Tutti vivono da anni in stato di emergenza: “Affrontiamo problemi di sicurezza e offriamo rifugio. La vita quotidiana si svolge fra le interruzioni della corrente e di altri servizi. Il futuro rimane incerto, non sappiamo mai se ci sarà un domani. Si è però registrato un significativo aumento della solidarietà sia nella comunità che dai partner internazionali, essenziali in assenza di fondi pubblici”.

Yelyzaveta è arrivata cinque anni fa: “Cercavo un impiego utile, in cui le relazioni e la dignità giocassero un ruolo centrale. Sono rimasta colpita dal modo in cui persone con e senza disabilità collaborano in questa esperienza”. Kovcheh, infatti, rappresenta molto per le persone con disabilità di Lviv: “Ci dicono spesso che la comunità è un luogo in cui si sentono accettati e amati per quello che sono. Per loro sarebbe un dramma dover rimanere inattivi. Un giorno, mentre ascoltavamo una canzone su una Cadillac, Ira ha chiesto a Sofia: “Sofia, hai una Cadillac?” Sofia ha risposto: “No, ho una comunità. Ho degli amici”.

I pericoli potrebbero, però, aumentare ulteriormente: “Per molti – spiega Yelyzaveta – questa comunità rappresenta un luogo di stabilità, appartenenza e sostegno emotivo. Pertanto, ci impegniamo per proseguire nel modo più agevole possibile, nonostante il mutare delle circostanze. Se continuare divenisse troppo pericoloso, la nostra priorità sarebbe la sicurezza di tutti i membri della comunità. All’inizio dell’invasione non potevamo sapere se fosse sicuro incontrarci, quindi abbiamo organizzato riunioni online in cui cercavamo comunque di aiutare tutti. Le attività si possono adattare e il sostegno continuerà in altri modi. Non abbiamo il diritto morale di abbandonare queste persone a sé stesse”.

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