Vent’anni fa, 20 luglio 2001, Genova. La Diaz. Piazza Alimonda, con l’omicidio di Carlo Giuliani. Ma soprattutto 250.000 persone che sfidano un po’ tutti, i partiti, i sindacati, la polizia. E invocano per la prima volta nell’era digitale un mondo unito nella lotta alle diseguaglianze. Ne parla con il Riformista il portavoce nazionale della Confederazione Cobas Piero Bernocchi, che torna a organizzare la piazza e prepara per ottobre la ripartenza di un movimento unitario della sinistra antagonista.

Come è nata la passione politica?
Nel 1968, ma ho iniziato prima: nel 1965 feci un giro d’Europa in autostop ed entrai in contatto con i primi movimenti anticapitalisti. Gli algerini che protestavano in Francia, il movimento alternativo in Olanda che occupava le case.

La scintilla?
Alla Sapienza, quando Paolo Rossi, militante socialista della lista Gogliardi e autonomi, venne spintonato dai fascisti mentre distribuiva volantini all’ingresso di Lettere. Cadde giù dai quattro metri di scalinata e morì. Io decisi in quel momento di dovermi impegnare.

E poi il mito di Che Guevara.
Una storia unica: un rivoluzionario che vince. E prima ancora: un medico argentino che veste i panni del rivoluzionario e si dedica alla guerriglia non perché costretto, ma perché decide che quello è giusto. E dunque lascia il suo appartamento, il suo lavoro, le abitudini borghesi per dedicarsi alla difesa di un ideale e degli oppressi.

Lei è stato un leader di una stagione allergica ai leader, il Sessantotto?
Di seconda fila. Ma ero un punto di riferimento perché guidavo la rivolta nella facoltà di ingegneria, che era la più controllata. C’era una quadratura su tutto, l’obbligo di frequenza, la distanza dai temi politici. Io rovesciai il quadro.

Gliela fecero pagare?
Eccome, appena i professori ripresero il comando me ne sono dovuto andare a Matematica. Poi capii che andare a insegnare mi avrebbe consentito anche di fare politica.

Come definirebbe il 1968?
La novità assoluta del mettere insieme pubblico e privato e che ti fa vivere come mai prima le cose del mondo.

Sembra la definizione dei social network.
Fu una illuminazione. La sensazione di poter toccare con mano un mondo che prima sembrava più distante. Ma c’è un senso nella sua provocazione: una volta si tolga la curiosità di andare a vedere i giornali dal 1967 in poi, dipingevano quei giovani che noi oggi raccontiamo con tanto impegno come dei perdigiorno, come delle anime perse dedicate alla musica, alle distrazioni, alla droga. La puzza sotto al naso che sempre le generazioni precedenti hanno verso le successive.

Fu soprattutto la sinistra a capire con ritardo l’essenza dei movimenti.
C’erano stati fino ad allora solo militanti ortodossi, che vivevano L’Unità, la festa de L’Unità, i riti di partito, i congressi come espressione unica della politica. Ritualità estranea ai giovani del 1968. E la stessa cosa è successa nel 2001. Quando è arrivata la rivolta di Genova nessuno ne aveva saputo cogliere i segnali.

Ci sono momenti in cui la storia prende a correre.
E quello fu il periodo 1965-1969, che noi riassumiamo con ’68. Accadevano contemporaneamente i più grandi sconvolgimenti: la decolonizzazione e le lotte di liberazione in Africa e Asia, la guerra del Vietnam, le tensioni razziali negli Stati Uniti… il mondo intero era in ebollizione. E uno da solo non ci avrebbe capito niente. Per quello si cercava di immergersi in un flusso di idee, di persone, di emozioni che era appunto il movimento che aiutava anche a comporre una visione organica, strutturale dell’enorme mole di eventi che vedevamo prodursi sotto ai nostri occhi.

La visione creava uniformità, forse anche settarismo, o no?
Questo è un paradosso vero. Si finiva per essere schiavi della collettività, si leggeva per forza il mondo in un certo modo. Si era anticonformisti fuori e conformisti dentro. Abbiamo iniziato il movimento come evoluzione della tradizione anarchica e l’abbiamo ricondotto al socialismo reale, con le stesse dinamiche di gruppo, di gerarchia, di organizzazione. Ci siamo messi infine in competizione con il Pci per fare a gara a chi era più comunista.

Quanto è durato davvero il ’68?
L’eterogeneità, la partecipazione, la diffusione è stata vasta. È partito tutto nel 1965, è finito nel 1977 e poi con il rapimento Moro. Solo a quel punto si può dire finito il movimento iniziato dieci anni prima. E poi è riemerso nel 2001…

Un attimo, i fatti di Genova non sono un movimento storico.
Vanno però inseriti in un flusso. C’è chi dice che Genova è stata un ’68 durato 48 ore. In realtà la traccia internazionale di Genova è che sull’onda di quel movimento, e dunque di Porto Alegre, si costruisce un movimento internazionale coordinato stabilmente. Nel ’68 non c’era un collegamento tra i movimenti dei diversi Paesi. Da Genova in poi c’è.

E dunque da piazza Alimonda alle piazze del mondo?
Esattamente. Da settembre successivo si riprende con più energia di prima, con tanta rabbia. A gennaio 2002 andiamo a Porto Alegre, per il Forum mondiale e vediamo esaltare l’esperienza italiana. Si decide di partire con un Forum Europeo che doveva essere assegnato alla Francia e invece viene assegnato all’Italia, lo organizziamo a Firenze. E lì convogliamo tutti, portiamo 700.000 persone vere, cioè il triplo di Genova, e soprattutto con un clima completamente cambiato. A febbraio 2003 il New York Times assegna al Social Forum il titolo di seconda potenza mondiale, ovvero di contraltare naturale dell’imperialismo americano. Naturalmente una iperbole, ma non priva di realtà.

C’è qualche successo che rivendica per i Forum mondiali?
Abbiamo fatto un lavoro unico sulla pace, sul disarmo, sullo sviluppo dei paesi emergenti. La conquista di cambiamenti di governo importanti in America Latina (penso a Maduro, anche se poi non ci ha più convinto) e le Primavere arabe sono figlie di questo processo di contaminazione globale.

A proposito di contaminazione globale, ha scritto un libro anche sulla pandemia.
Dove dico che non ne usciremo migliori: l’uomo è un animale sociale, isolare gli individui e regnare con la paura non ha mai reso migliore una società.

Perché sono nati i Cobas?
Siamo nati per dare una risposta ai conflitti sociali, per stare sulla tutela del lavoro e sulla missione educativa in modo organico e per provare ad alimentare una sinistra lontana dalla tentazione, incarnata da Fausto Bertinotti, di “portare il movimento operaio nella stanza dei bottoni”. Si era illuso Nenni molto prima, Bertinotti trent’anni fa. Crediamo piuttosto di dover agire con una iniziativa sociale e culturale, fatta di informazione, formazione, tutela dei diritti a partire da quelli dei lavoratori e dei più fragili.

Il Movimento 5 Stelle nasce anch’esso dalle delusioni a sinistra?
Nasce dal fallimento del governo Prodi e dall’incapacità della sinistra italiana di dare risposte nuove a problemi nuovi. Grillo si inserisce in un vuoto di rappresentanza e pesca a piene mani anche da ex sessantottini delusi e disorientati. Ma non nasce per caso.

Cosa intende dire?
Noi celebriamo il decennale dei fatti di Genova nel 2011 e portiamo in piazza 300 mila persone, tutte coalizzate contro Berlusconi e per una nuova sinistra. Arrivati a Genova, c’è chi spacca l’unità in nome di vecchie diatribe. E dal giorno dopo dilagano i Cinque Stelle. Berlusconi era già alla fine, il centrosinistra era impantanato. E abbiamo visto questo movimento sorgere dal nulla con una piattaforma informatica fortissima e un programma studiato a tavolino per inglobare pezzi di sinistra e di destra: la sovranità alimentare, l’acqua pubblica, le questioni dell’agricoltura biologica erano estranee alla sinistra tradizionale, combinate sapientemente con i temi legalitari e in qualche caso securitari.

Un cavallo di Troia per prendere a sinistra e portare a destra?
Sì, assolutamente. In realtà erano già di destra, hanno cavalcato un impianto ibrido per portare il nuovo Qualunquismo sulle piattaforme social e mescolare le carte di destra e sinistra.

Sulla giustizia hanno fatto strame di ogni valore garantista della Costituzione.
Ne hanno stravolto il senso. Hanno ereditato una visione antipolitica di destra e l’hanno data in pasto alla gente, come dicevo.

Gli ultimi degli ultimi in Italia sono i detenuti, sono un suo tema?
Centrale. Dobbiamo far ripartire una battaglia sulla giustizia per gli ultimi. Lo facciamo con il Centro Studi Scuola Pubblica, Cesp, che noi abbiamo iniziato a far lavorare nelle carceri. Nelle case di detenzione ci rendiamo conto della repressione vera. Abbiamo una rete di 62 scuole nelle carceri. In alcune carceri riusciamo a lavorare nelle biblioteche e nelle palestre. Veniamo a conoscenza di notizie non molto diverse da quelle di Santa Maria Capua Vetere; se avessi un video per ogni volta che un carcerato mi ha raccontato di pestaggi, avrei potuto far aprire non so quante inchieste.

Da dove riparte la mobilitazione?
Oggi vogliamo riproporre un nuovo appuntamento per il Forum mondiale con la premessa che la pandemia ha creato nuove povertà e maggiori diseguaglianze. C’è una sensazione di impotenza che ci mette davanti al dato che nessuno da solo può fare cose significative. Diamo un appuntamento alla mobilitazione internazionale per il 30 ottobre a Genova. Abbiamo creato una alleanza globale che abbiamo chiamato Recovery Planet, che ha presentato una piattaforma per il XXI secolo. Diamo un segnale quel giorno, con attenzione. Iniziamo insieme, e se decidiamo di fare percorsi diversi facciamolo senza farci la guerra. È un lavoro complicato per l’Italia, dove c’è il modello del partito unico e del sindacato unico, a sinistra. Invece manteniamo le diversità, le peculiarità, e proviamo a unirci nel momento giusto.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.