L’osservatore occidentale pensa alla Siria come a una delle tante e fungibili entità statuali del Medio Oriente, il risultato dell’esaurimento della vicenda mandataria francese che ha dato luogo a un paese pressappoco come qualsiasi altro in un quadrante regionale dopotutto omogeneo. Non è così.

La Siria non è, propriamente, uno Stato. Non lo è perché non ha mai composto in una sentita istanza nazionale le divisioni religiose e intra-religiose e i dissidi di stampo etnico che, in buona sostanza, l’hanno lasciata al rango novecentesco di una confusa risultante post-coloniale. Il potere dinastico che l’ha governata negli ultimi decenni, imponendo il proprio sigillo minoritario sulla testa di una larga maggioranza sunnita, se possibile ha enfatizzato la fisionomia a-statuale siriana, riducendo il paese a un latifondo familista che per sopravvivere si faceva avamposto del potere iraniano e protettorato mediterraneo di Mosca.

L’evanescenza statuale siriana è ciò che ha consentito a Bashar al-Assad di perpetrare il più spaventoso massacro del Medio Oriente, 600mila morti addebitati a un “contesto” sfuggente e troppo partecipato anziché a un referente davvero chiamato a risponderne. La frammentazione tribal-etnico-religiosa che ha riempito quella mancata affermazione nazionale è ciò che, con il consenso interessato del dittatore, ha consentito a Hezbollah di prosperare e al tentacolo iraniano di minacciare pericolosamente le prospettive di soluzione dell’antico conflitto arabo-israeliano. La così veloce capitolazione del regime è dovuta anche, forse soprattutto, a quel difetto di rango genuinamente statale della Siria.

Rispetto a Israele, questo carattere speciale della realtà politica e istituzionale siriana complica tutto in questo avvicendamento repentino. Ancora qualche giorno fa, prima che fosse plateale e ufficializzato il tracollo, non pochi osservatori israeliani notavano che nulla di peggio sarebbe potuto accadere rispetto a quel che c’era con Assad. Era una lettura focalizzata solo su un profilo della questione, cioè l’indubbia e gravissima ragione di instabilità che il regime perpetuava usando come uno scudo le formazioni filo-iraniane e facendosi colabrodo delle intromissioni neo-imperiali russe. Qualche video e qualche proclama dei ribelli con gli scarponi sulle statue abbattute della famiglia Assad sono bastati a diffondere il timore che un’oggettiva sconfitta iraniana – tale è la caduta di quel tiranno – non basti ad assicurare che in Siria non si stabilisca un pericolo anche più grave.

È chiaro a tutti, infatti, che i fondamentalisti che si apprestano a imporre il loro giogo dove fino a ieri regnava lo sterminatore dello stesso popolo siriano, rinuncerebbero ad aggredire lo Stato ebraico soltanto perché ancora non possono aggredirlo, non certo perché già non vorrebbero. L’immediata avanzata israeliana in Siria, dove fino all’altro giorno neppure per sogno l’Idf immaginava di dover essere costretto a operare, evidenzia che è tutt’altro che promesso, anzi, un sviluppo di graduale rasserenamento dopo la fuga di Assad. Non è di generica cautela, quell’incursione in terra siriana dei militari di Israele: è di preparazione al possibile peggio.

Certo, non mancano i toni di una soddisfazione generale che registra, dopo poco più di un anno dai massacri del 7 ottobre, il maestoso errore che ormai, pare innegabilmente, il regime iraniano ha compiuto facendosi mandante di quella doppia aggressione, a Gaza con Hamas e dal Libano con Hezbollah. Tutto poteva immaginare, il potere iraniano, tranne che, 14 mesi dopo, il domino delle cose avrebbe frantumato lo scudo dietro cui operava Assad: perché Assad non è caduto per il rinvigorirsi dei ribelli siriani ma solo e soltanto per l’indebolimento, se non smantellamento, della guarnigione filo-iraniana in Libano. Il premier Benjamin Netanyahu è sicuro: la caduta di Assad è il «risultato diretto dei duri colpi che abbiamo inferto ad Hamas, a Hezbollah e all’Iran». «L’asse non è ancora scomparso – ha aggiunto – ma stiamo trasformando il volto del Medio Oriente».

Ma rischia davvero di essere un compiacimento precario, perché ancora una volta e anche nel nuovo scenario non si tratterà per nulla di verificare quali possano essere i piani aggressivi e di destabilizzazione del potere avventizio in Siria. Che sono noti anche perché dichiarati senza inibizioni. Si tratterà semmai di verificare su quali capacità militari e organizzative potranno contare i ribelli da qui in poi, con un nuovo possibile tutore regionale – la Turchia – che ha ambizioni non meno minacciose.