Alcuni manifestanti danno fuoco alle immagini del presidente cinese Xi Jinping. Succede da giorni in India, dove gli scontri negli ultimi giorni sul confine con la Repubblica Popolare hanno causato morti e feriti. Si riaccendono, con una violenza mai vista negli ultimi decenni, le tensioni tra i due giganti asiatici. Nelle ultime settimane si erano ripetute tensioni e scontri sui 3.440 chilometri della frontiera. L’escalation ha portato alla morte di venti soldati indiani. L’area in questione si trova sul territorio indiano del Ladakh, tra le vette dell’Himalaya. Lunedì 15 giugno, con temperature al di sotto dello zero, si sono verificati scontri che hanno portato a un numero di vittime mai visto da 45 anni.

I numeri sono stati confermati dall’esercito indiano, che ha rivisto il bilancio precedente di tre vittime spiegando “che erano stati gravemente feriti lunedì e che sono poi morti a causa delle impervie condizioni della zona dove si trovavano a combattere, a quote elevate e a temperature ben al di sotto dello zero”. Lo stato maggiore dell’esercito indiano aveva fatto sapere: “Durante il processo di de-escalation in corso nella Valle di Galwan, un violento scontro ha avuto luogo ieri notte con perdite da entrambe le parti“.  “La perdita di vite da parte indiana – ha continuato la nota – include un ufficiale e due soldati. Alti ufficiali delle due parti si stanno attualmente incontrando per alleviare la situazione”.

Nessuna vittima riportata invece da Pechino, che ha fatto sapere che le forze indiane avevano sconfinato per due volte provocando i militari cinesi. Lo scontro, a quanto pare, non sarebbe stato condotto con armi da fuoco. Come si sia stato è ancora da chiarire, alcuni media parlano di pietre e bastoni. Dettagli che se confermati darebbero la misura della violenza dello scontro. Il ministero degli Esteri cinese Zhao Lijan ha detto che le forze indiane hanno violato un accordo precedentemente raggiunto.

La Cina e l’India sono i due Paesi più popolosi del mondo; entrambi dotati della bomba atomica. Il confine è conteso in diversi punti nella regione himalayana. I due Paesi hanno combattuto una sola guerra, nel 1962, vinta in maniera umiliante da Pechino. Da allora i colloqui non hanno portato ad alcuna soluzione. New Delhi ha accusato la Repubblica Popolare di aver mandato migliaia di truppe nella valle del Galwan nel Ladakh e afferma che Pechino occupa 38mila chilometri quadrati del suo territorio. Diverse le ragioni per le quali il conflitto si riaccende: la costruzione da parte degli indiani di una nuova strada che secondo gli esperti porta nell’area più vulnerabile del Ladakh. Secondo Pechino una maniera per trasferire velocemente merci e forze in caso di conflitto. E poi i due Paesi sono eredi di tradizioni e civiltà millenarie che hanno dialogato e si sono influenzate per secoli. Il buddismo arrivò in Cina, per esempio, proprio dall’India circa mille anni fa. 

Tra le due potenze si inserisce la posizione degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump coltiva il suo rapporto con il premier nazionalista Narendra Modi mentre le relazioni con la Cina si vanno sempre più logorando, tra accordi commerciali e pandemia da coronavirus. Trump ha anche invitato India, Corea del Sud e Australia al G7 che dovrebbe tenersi negli USA a settembre. Un’occasione che il presidente sta plasmando in chiave anti-cinese. “L’India e la Cina hanno entrambe espresso il desiderio di una soluzione pacifica e noi la sosteniamo”, ha detto un portavoce del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Washington, ha proseguito il portavoce sta seguendo la situazione “da vicino” e ha espresso le condoglianze ai familiari dei militari indiani uccisi.