Più che un G7 sarà un G10. O un G11. I numeri ancora non sono chiari. Quello che è invece certo è che il summit in programma il 10 giugno è stato rimandato a settembre. Causa pandemia, ovviamente. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha accettato il rinvio dopo che la cancelliera tedesca Angela Merkel ha fatto sapere di non voler partecipare di persona vista l’emergenza mondiale in corso. Trump se ne sarà fatto una ragione, anche se aveva immaginato l’appuntamento come “l’esempio più grande della riapertura” dell’America. Lo avrebbe voluto tenere di persona – e non in videoconferenza, come previsto per le altre riunioni tra organizzazioni internazionali – tra la Casa Bianca a Washington e la residenza presidenziale di Camp David in Maryland. Niente da fare per il momento.

Quello che si prefigura a settembre sarà comunque un appuntamento cruciale. Soprattutto per la formula con la quale è stato anticipato dallo stesso presidente degli Stati Uniti. Trump vuole allargare il summit a Russia – esclusa dal 2014 dopo l’annessione della Crimea – , India, Corea del Sud e Australia. L’idea, secondo quanto confidato da un consigliere del presidente al New York Times, sarebbe quella di riunire gli alleati per discutere della Cina, ormai il principale rivale strategico di Washington. Sono infatti sempre più tese le relazioni con Pechino: dopo le tensioni sugli accordi commerciali e le reciproche accuse sulle responsabilità della pandemia, nell’ultima settimana è arrivata la questione Hong Kong. L’Assemblea Nazionale della Cina ha approvato una nuova legge sulla sicurezza che secondo gli attivisti pro-democrazia e gran parte della comunità internazionale limiterebbe drasticamente l’autonomia del territorio; gli USA non hanno tardato a criticare la norma e a bollarla come la fine del patto “un Paese, due sistemi”.

Altro fronte caldo è quello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms): Trump ha infatti annunciato che gli Usa lasceranno l’organizzazione per la sua presunta posizione filo-cinese. Una decisione sulla quale si è espressa anche l’Unione Europea, che ha esortato gli Stati Uniti a rivalutare l’uscita.

Tutto rimandato a settembre dunque. Nel frattempo a dare la disponibilità per il summit in presenza a giugno era stato il solo premier britannico Boris Johnson. Non si erano espressi il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte e il giapponese Shinzo Abe. Il presidente francese Emmanuel Macron e quello del Consiglio europeo, Charles Michel, sarebbero andati se le condizioni sanitarie lo avessero permesso e se Angela Merkel avesse cambiato idea. Ma la cancelliera ha fatto pendere l’ago della bilancia dalla parte del rinvio. “Considerando la situazione generale di pandemia, non può accettare la sua partecipazione personale, con un viaggio a Washington“, ha dichiarato il suo portavoce ieri.

Gli Stati Uniti si trovano nel bel mezzo di una crisi profonda: oltre a essere il Paese più colpito dalla pandemia, con 1.77.384 positivi e 369.544 decessi (dati della Johns Hopkins University), sono da giorni teatro di proteste violente per il caso di George Floyd, l’afroamericano ucciso a Minneapolis a seguito del brutale intervento dell’agente di polizia Derek Chauvin.