La politica italiana cerca di far quadrare il cerchio di un bipolarismo imperfetto, nato con la Seconda Repubblica dal tentativo di importare il bipartitismo angloamericano. Bipolarismo e bipartitismo non coincidono: il primo ha unito culture lontane negli stessi schieramenti, separando tradizioni affini. La riforma elettorale proposta dalla maggioranza tende a consolidare questo assetto: per i partiti privi di rappresentanza parlamentare prevede almeno seimila firme per collegio. Occorrerebbe ricomporre, per affinità di valori e programmi, le tradizioni socialista, popolare e liberale del riformismo europeo, oggi disperse dal Partito democratico a Forza Italia. Su molte questioni le due forze sono più vicine tra loro che ai rispettivi alleati. La convenienza di presidiare i moderati dei due poli scoraggia nuove aggregazioni. Che cosa fanno, nel frattempo, i riformisti?

Il patrimonio socialista rimane attuale se sa rinnovarsi. L’“alleanza tra merito e bisogno” di Claudio Martelli resta una bussola nell’era digitale: valorizzare le capacità individuali e assumere una responsabilità collettiva verso chi resta indietro. Significa difendere la laicità, i diritti acquisiti e quelli nuovi, evitando derive illiberali di parte del progressismo statunitense; garantire tutele e sicurezza favorendo la modernizzazione; promuovere una transizione ecologica lontana dalla politica dei no. È la via difficile della ragione contro le scorciatoie populiste, animata da passione democratica, da spirito federalista e da un europeismo che affermi i propri valori senza pretese imperiali, costruendo l’Europa dal basso. La trasformazione investe i fondamenti stessi della politica. Infrastrutture tecnologiche e poteri economici attraversano i confini, orientano le condizioni dell’esperienza e incidono sui processi in cui maturano le decisioni collettive.

La politica rischia di perdere presa sulla realtà proprio quando diventa indispensabile. Una rivoluzione forse ingovernabile con gli strumenti del Novecento. Ecco il paradosso europeo: riscoprire l’ebbrezza della sovranità, il primato della politica, per tentare di governare l’ingovernabile. Una sovranità che non può più esercitarsi entro i soli confini nazionali: servono istituzioni nuove e un autentico federalismo europeo. Anche gli interessi da rappresentare cambiano. Lavoratori in continenti diversi dipendono dalle stesse piattaforme e partecipano ai medesimi processi produttivi: uniti dalle reti e dalla tecnologia, ancora divisi dalla politica. Il socialismo dovrebbe elaborare nuove forme di tutela e solidarietà, ripensando lo Stato anziché liquidarlo e ridefinendo il rapporto con il potere economico e tecnologico.

La sintesi tra socialismo e liberalismo oltre il Novecento non serve a salvare due “ismi”, bensì a rappresentare gli interessi della grande maggioranza dei cittadini in una società globale esposta a disuguaglianze, squilibri ambientali e crisi sistemiche. Il capitalismo ha dimostrato una straordinaria capacità di innovare e, insieme, di concentrare ricchezza e potere. Senza correttivi politici, la sua forza trasformativa può minare le condizioni stesse della convivenza. È su questo terreno che il riformismo ritrova una necessità storica, traducendo il cambiamento in istituzioni, diritti e possibilità di emancipazione. Mentre discutiamo di alleanze, primarie e leadership, il mondo in cui queste categorie hanno preso forma cambia sotto i nostri occhi. Recuperare il garofano socialista avrebbe senso soltanto se significasse affrontare questa sfida. Il tempo scorre: nell’epoca digitale, quando il cambiamento accelera, anche il ritardo diventa esponenziale.

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