C’è chi si rifugia ancora nel “latinorum” di don Abbondio, e parla di “Stabilicum” – sulla scia dei “Mattarellum”, degli “Italicum” e dei “Rosatellum” – per etichettare la nuova legge elettorale in discussione alla Camera. Dal nome si dovrebbe capire la “cosa”: una riforma delle regole del voto per assicurare stabilità di governo a chi vince. Onestamente non si capisce quale rischio di instabilità si tema, dopo che stiamo concludendo la prima legislatura senza ricambi di governo. Più stabili di così?

D’altro canto, c’è chi osteggia l’eventuale riforma perché la considera niente meno che “un colpo di Stato elettorale” secondo le equilibrate parole del segretario di +Europa, Riccardo Magi. A prescindere dalla polemica politica, resta il fatto che la frequenza con cui si mette mano alle norme per eleggere il Parlamento è inversamente proporzionale alla partecipazione degli italiani al voto. Non sarebbe peregrino immaginare una legge elettorale posta sotto l’ombrello della Costituzione, per evitare che venga fatta e rifatta come una tela di Penelope. Per onestà, si è consolidato da tempo questo vizietto di aggiustare ogni volta le regole per le urne, per cercare di favorire la coalizione di governo. Non è una questione di Meloni o di Gentiloni, chi governa vuole provare a congelare il proprio consenso e si arrovella in percorsi barocchi tutti fatti a immagine e somiglianza del Palazzo, dove risuona sempre la beffarda e intramontabile battura del Marchese del Grillo, che può stare in bocca a tutti i leader politici di oggi, di maggioranza e di opposizione: “Io so’ io, voi non siete un c…”.

Spiace che nelle note di questo minuetto stucchevole, tutto interno al Palazzo, sia stato introdotto il motivo tutt’altro che banale delle preferenze, che da solo meriterebbe una riforma vera. Sembra invece che la questione delle preferenze sia ridotta ad ammennicolo, contorno, o – peggio – a semplice test per vedere fin dove arrivano gli altri. Fin dove hanno il coraggio di arrivare, per poi magari ritirare il proprio. L’ultima volta che gli italiani usarono le preferenze, nel voto per il rinnovo del Parlamento, fu nel 1992. Solo chi è meno giovane ricorda i cosiddetti “santini” che riempivano le cassette postali alla vigilia delle elezioni. Piccoli cartoncini, da portare in cabina, come promemoria per ricordare i nomi dei candidati “preferiti”. Dal “Mattarellum” del 1993 non se ne fece più nulla, nonostante il referendum di due anni prima – quello in cui Bossi (e Craxi) consigliava di scegliere la “gabina” in riva al mare, piuttosto che quella elettorale, per boicottare la consultazione popolare – avesse visto trionfare gli italiani che volevano la preferenza da apporre sulle liste.

È curioso il florilegio di ragioni che i detrattori delle preferenze compongono per denigrare la scelta del nome da scrivere sulla scheda elettorale: si finiscono per eleggere solo i “milionari”, quelli che possono fare pubblicità (Matteo Salvini), si eleggono meno donne (appello bipartisan firmato da Elena Bonetti, Silvana Comaroli, Isabella De Monte, Chiara Gribaudo e Luana Zanella), si creano contiguità con la criminalità organizzata (Walter Verini). Se fosse così, stiamo accettando da anni uno scempio nelle elezioni comunali, regionali ed europee che prevedono, tutte, le preferenze. Assistiamo senza colpo ferire all’inquinamento delle elezioni amministrative?

E se il pericolo delle mafie nel voto con le preferenze fosse reale dovremmo preoccuparci non poco della stabilità del nostro Paese e delle nostre istituzioni. Dovremmo convocare i “caschi blu” dell’Onu per verificare la correttezza del voto? Si tratta di scenari apocalittici che nulla hanno a che fare con la realtà. Anzi, riguardano una realtà coriacea e indistruttibile, quella che non accetta che un potere forte possa essere indebolito. E il potere dei partiti e della loro nomenclatura – dei loro cerchi magici – non può essere disturbato dalla libertà degli elettori. Dal Palazzo il cittadino è visto come un “minus habens” o come un potenziale disturbatore, da anestetizzare: incapace di scegliere con giudizio, esposto alle campagne pubblicitarie come una canna al vento, al più ammesso a selezionare la classe dirigente politica “locale”, ma non a mettere le mani su quella nazionale. Che è affar loro.