Dal carcere femminile una detenuta racconta la sua quotidianità in carcere cadenzata dal “rumore assordante delle chiavi”. Prima di arrivare dov’è adesso ha vissuto in un  altro carcere dove le detenute erano poche e quasi traspare dalle sue parole un senso di maggiore umanità nel contesto e nella vita. Ma nel carcere dove si trova adesso invece sembra che anche le persone abbiano perso umanità, che tutto sia ridotto a quell’ “apri, chiudi. Apri, chiudi” che sembra quasi il ticchettio di un orologio che lava spazio alla speranza. Dalla sua testimonianza di donna traspare quanto condizioni di vita più umane in carcere possono favorire meglio percorsi di riabilitazione alla vita. Riportiamo di seguito le sue parole nella lettera a Sbarre di Zucchero.

Quando entrai in carcere 5 anni fa, ebbi una bella accoglienza dalle ragazze; il primo dove sono stata è un carcere piccolo, ospita circa 30 donne detenute, e quando entrai io il periodo di detenzione non mi pesò particolarmente a differenza di quando fui trasferita in un altro carcere. Quando entrai in quest’altro carcere, a parte la trafila che devi fare, mi misero in cella con una donna con disagio psichico che il giorno prima aveva tentato di impiccarsi, potete capire quindi il mio sgomento: mi misi in un angolo nel mio letto e piansi fino a non avere più lacrime.

La signora occupava tutti i mobiletti e a me ne lasciò uno piccolo nel quale dovevo mettere tutte le mie cose… vestiti, scarpe, piatti, tutto ciò che avevo. In questo carcere non ho visto una sola ragazza che mi sia venuta in soccorso, anche solo per chiedermi come stavo, le prime volte che scendevo all’aria mi guardavano tutte come se fossi un’extraterrestre, nessuna si avvicinò; solo dopo una settimana due ragazze mi si avvicinarono e cominciarono a parlare con me, e furono proprio loro ad offrirmi il lavoro che tutt’ora svolgo. Queste due ragazze ora sono uscite, ma intrattengo con loro un rapporto di corrispondenza bellissimo, fa piacere sapere che nonostante non siano più detenute non si sono dimenticate di me.

Sono detenuta qui da circa 5 anni, e dirvi che va tutto bene e che tutto funziona alla perfezione sarebbe una bugia, tutti i santi giorni ti devi scontrare con la burocrazia, anche solo per avere i giorni di liberazione anticipata, richiesti mesi prima e ancora non arrivati, oppure devi discutere con le agenti per poter frequentare un corso e magari loro non hanno segnato il tuo nome, e vieni costretta ad aspettare che loro chiamino per verificare, con tutta calma, non capendo che per noi che frequentiamo i corsi questi minuti sono molto importanti, visto che ogni lezione dura solo un’ora e mezza. Qui in questo carcere ci aprono le celle alle 9 del mattino, dopo che è passata la terapia, e possiamo andare all’aria oppure ai corsi o al lavoro (per chi ha la fortuna di lavorare); alle 11 ci chiudono di nuovo per il passaggio del vitto e ci riaprono alle 11.30 ma rimaniamo in sezione.

Alle 13.30 possiamo invece tornare all’aria o, eventualmente, a qualche corso se è previsto nel pomeriggio. Ed in queste 2 ore in sezione restiamo a parlare tra noi, a giocare a carte, o incontrarci con altre detenute dell’altro reparto. Alle 15.30 altra chiusura per il nuovo passaggio della terapia, e qui mi voglio soffermare un attimo in più: questa chiusura dura quasi sempre più del previsto, e mi chiedo perché chiuderci alle 15.30 se poi la terapia non passa mai prima delle 16.10? E considerando anche che alle 16.50 ci richiudono un’altra volta per la cena, non potrebbero lasciarci aperte qualche minuto in più? Dopo la cena possiamo stare con le celle aperte fino alla definitiva chiusura delle 18.45 e buonanotte, se ne riparla il giorno dopo. Ed io mi chiedo: a cosa servono tutte queste chiusure? Apri e chiudi, apri e chiudi, un rumore assordante di quelle chiavi, un rumore che ti entra dentro e che temo continueremo a sentire anche quando non saremo più lì dentro.

a cura di Rossella Grasso