Patrick George Zaky, attivista e ricercatore egiziano di 27 anni, era partito da Bologna alla volta del Cairo per qualche giorno di vacanza con la sua famiglia. Giovedì, appena arrivato nell’aeroporto egiziano è stato arrestato. Il ricercatore, da alcuni mesi frequentava un master in Studi di genere all’università di Bologna ed era diretto a Mansoura, la città dove è nato. Come ha riferito all’agenzia Dire Amnesty International, una volta atterrato, è stato preso in custodia dalla polizia egiziana. La notizia è stata confermata sui social network anche dall’associazione locale Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), con cui Patrick George Zaky collaborava.

L’arresto – I familiari hanno riferito di aver perso ogni contatto con lui da giovedì notte fino a stamani, quando è stato riaccompagnato a casa. Dopo l’arresto, infatti al ragazzo non sarebbe stata data la possibilità di contattare né i famigliari né un avvocato. Amnesty, in base alle informazioni ricevute da fonti sia nel capoluogo emiliano che al Cairo, riferisce che Zaky è stato arrestato per un ordine di cattura spiccato nel 2019, di cui lui però non era a conoscenza. Lo studente, stando alle stesse fonti, durante l’interrogatorio potrebbe aver subito torture, tra cui l’elettroshock.

“Ho la sensazione che si tratti dell’ennesima persecuzione verso un attivista politico: ce lo dice la storia di Zaky e la storia dell’Egitto sotto Al Sisi”. Così il portavoce di Amnesty International Riccardo Noury.

Le accuse –  “Pubblicazione e diffusione di false notizie sul proprio profilo Facebook”, riferisce all’agenzia Dire Mina Thabit, responsabile della ong Egyptian commission for rights and freedoms, con cui collabora Zaky. “Patrick”, precisa Thabit, che è anche un amico dello studente, “è stato accusato di diffondere false notizie sui social media, spingere le persone a protestare contro le istituzioni, spingere le persone a sollevarsi contro le istituzioni e usare i social media in modo da danneggiare la sicurezza nazionale”. Tutti reati, prosegue l’attivista, “che il regime impiega per mettere facilmente la gente in carcere. Ma non sono accuse fondate: Patrick è un ragazzo tranquillo, non ha mai fatto niente di male e non ha precedenti. È solo un attivista per i diritti”.

“Tutti i capi d’accusa contestai a Zaky- avverte Thabit- conducono all’accusa di terrorismo”. Vale a dire, “appartenenza a un gruppo oppure propaganda terroristica”, date le accuse relative alle fake news e al “cattivo uso” dei social network. Per questo, “è molto probabile che dopo l’interrogatorio, Zaky sarà incarcerato”. Quanto alle notizie che circolano su possibili torture? “Non abbiamo ancora conferme, ma purtroppo- conclude l’attivista- è una pratica frequente”.

Rischia la tortura – Amnesty, in base alle informazioni ricevute da fonti sia nel capoluogo emiliano che al Cairo, riferisce che Zaky è stato arrestato per un ordine di cattura spiccato nel 2019, di cui lui però non era a conoscenza. Lo studente, stando alle stesse fonti, durante l’interrogatorio potrebbe aver subito torture, tra cui l’elettroshock.

“Condanniamo l’arresto di un attivista per i diritti umani, che ora rischia un periodo di lunga detenzione e torture” dichiara Noury. “C’è un periodo di diverse ore di cui di lui non si è saputo nulla – spiega Noury – Il suo arrivo al Cairo è avvenuto nella notte tra giovedì e venerdì” e questa mattina è giunta la notizia della formalizzazione dell’arresto. Zaky “si occupava di identità di genere che infatti era oggetto del suo master a Bologna”, il Gemma. Per Noury l'”aver fatto questo ‘rumore'” su Patrick “è una deterrenza per chi pensa che nessuno nel mondo sappia cosa succede e che quindi crede di poterlo trattare come gli pare, come accaduto con Giulio”, torturato e ucciso in Egitto nel 2016.

“Noi da parte nostra pretendiamo di sapere cosa c’è scritto sul mandato di cattura. Basandomi su analogie, se il mandato contiene un reato che non è altro che una legittima attività di denuncia, di informazione, di commento pubblico o critica, in questo caso scatta l’imputazione per diffusione di informazioni false, di minaccia per la sicurezza nazionale, di terrorismo poi sarebbe allucinante. Questo darebbe un alibi per legittimare una procedura del tutto illegale. Se nel mandato si leggono capi di imputazione che equivalgono a una attività legittima, va scarcerato subito, devono farlo sapere”.

E aggiunge: “Ci aspettiamo un susseguirsi di ordini di detenzione di 15 giorni, rinnovabili più volte, e naturalmente in questa situazione di detenzione prolungata, con la scusa di condurre indagini, il rischio è che le condizioni detentive siano equiparabili a tortura, se non la tortura stessa”.

Nel 2018 l’attivista, contattato dall’agenzia Dire, aveva dichiarato: “L’Egitto non è affatto un Paese stabile, né dal punto di vista socio-economico né delle libertà fondamentali. La gente non trova lavoro, il costo della vita continua ad aumentare e il governo fa di tutto per limitare gli spazi del dissenso”. L’associazione con cui il giovane collabora “si batte per i nostri attivisti, ma anche per Giulio Regeni”. “Condanniamo l’arresto di un attivista per i diritti umani, che ora rischia un periodo di lunga detenzione e torture” ha dichiarato alla Dire Riccardo Noury, portavoce di Amnesty.