Scusate se insistiamo. Chi ha ucciso Vakhtang Enukidze? Il capo della polizia, Gabrielli, non se la può cavare semplicemente mostrando indignazione per i paragoni che vengono fatti tra la sua uccisione e l’uccisione di Stefano Cucchi.

Il capo della polizia deve spiegare cosa è successo nel Cpr, chi ha picchiato il ragazzo georgiano, perché lo ha fatto, quali sono le responsabilità della polizia di Stato, se e come si sta indagando per scoprire i colpevoli. Il fatto che la vittima non sia italiana non cambia di una virgola le cose. Se le forze dell’ordine hanno pestato con violenza Vakhtang, come sostengono alcuni testimoni, e se  – oltretutto – è poi riuscita a far espellere in fretta e furia dall’Italia alcuni dei profughi che avevano assistito al pestaggio, beh, il capo della polizia non avrà difficoltà a capire che ci troviamo di fronte a uno scandalo. E se questo scandalo schiarisce un po’ in questo clima da “prima gli italiani” solo per il fatto che la vittima non è italiana, vuol dire che l’Italia sta scivolando in basso nel pozzo dell’inciviltà.

Chi legge questo giornale sa cosa è successo. (Chi legge altri giornali, forse, non lo sa: molti giornali ne hanno parlato poco assai o niente). A metà della settimana scorsa un ragazzo georgiano, rinchiuso nel Cpr di Gradisca (Centro di permanenza per i respingimenti) è stato picchiato, poi portato in carcere e forse di nuovo picchiato, poi riportato al Cpr agonizzante, poi finalmente messo in una ambulanza per tentare un ricovero in ospedale in extremis, ma ormai era troppo tardi e l’ambulanza è diventata la camera mortuaria. Le autorità prima ha detto che il giovane era rimasto ferito in una rissa tra profughi, poi quando la cosa è stata smentita da tutti i presenti, non hanno detto più niente. I testimoni sono concordi nel racconto: c’è stata una scazzottata tra Vakhtang e un giovane del Marocco, Vakhtang stava avendo la meglio quando sono intervenuti una decina di agenti. Hanno preso Vakhtang, lo hanno gettato a terra, lo hanno pestato e poi lo hanno trascinato via per i piedi. Dove? In prigione.

Da questo momento in poi i testimoni che erano al centro non hanno saputo più niente. Tre giorni dopo lo hanno rivisto, ma era già in fin di vita. Lo hanno messo sul lettino. Lui ha rantolato tutta la notte e poi è anche caduto dal letto. A quel punto, finalmente, è stata chiamata l’ambulanza.

Questi sono i fatti nudi e crudi. Sul nostro giornale li ha raccontati due giorni fa Riccardo Magi, parlamentare radicale che domenica è andato in visita al Cpr di Gradisca e ha raccolto le testimonianze di alcuni reclusi. Oltre a questi fatti c’è la denuncia Gianfranco Schiavone dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) e dello stesso Magi, secondo i quali sarebbero stati espulsi dall’Italia alcuni testimoni.

Oggi in tutt’Italia si celebra, con rabbia – con giusta rabbia – il quarto anniversario del rapimento e poi dell’uccisione di Giulio Regeni, giovane ricercatore italiano ammazzato dalle autorità egiziane. Giulio era un ragazzo straniero in Egitto. Non si sa perché l’hanno ucciso. Non vogliono dircelo. Né perché, né chi, né in che modo. In Italia si è creato un forte movimento di protesta contro le autorità egiziane. Anche le istituzioni hanno partecipato a questo movimento. Verità e giustizia: questo si chiede.

Il caso di Vakhtang è uguale al caso Regeni. Verità e giustizia anche stavolta: niente di più. Per Giulio e per Vakhtang. Gabrielli si offende? Poco male. La ministra dell’Interno ha qualcosa da dire? Ha qualcosa da dire il premier Conte?