In un’intervista di qualche mese fa, Atwood ha dichiarato: «Se volete dire la verità in faccia al Potere, prima assicuratevi che sia proprio la verità». Margaret Atwood ha scritto diciassette romanzi, diciassette raccolte di poesie, dieci libri di non-fiction, otto raccolte di racconti, otto libri per bambini e tre graphic novel. La sua prima raccolta di poesie – Power Politics – è stata da poco pubblicata in Italia per i tipi di Nottetempo con il titolo Esercizi di potere.

Tradotta con cura magistrale da Silvia Bre, Esercizi di potere contiene in nuce la poetica, le ossessioni, la sacralità degli argomenti che la scrittrice canadese ha successivamente elaborato e approfondito in tutte le sue opere. Le letterature dei paesi di lingua inglese che appartenevano alle ex colonie dell’impero britannico venivano percepite come ancillari rispetto al canone, In particolare, le scrittrici – nel loro duplice ruolo di “ancelle della letteratura” – hanno dovuto elaborare questa differenza cercando una nuova terra letteraria e una voce. La lingua, che sarebbe dovuta essere il collante più efficace, si è rivelata spesso un ostacolo all’espressione di una cultura necessariamente diversa da quella inglese, perché influenzata dal territorio in cui si è sviluppata. Se è vero che la lingua è l’espressione della cultura di un popolo, e che la cultura è lo specchio di un Paese, chi scriveva in lingua inglese ha sicuramente dovuto individuare un nuovo baricentro geografico-letterario che non fosse la madre patria.

Nel caso di Margaret Atwood, questo baricentro appartiene a una geografia psico-sociale. I disastri ambientali, la centralità del corpo femminile, il fanatismo religioso e le teocrazie, la distopia come formula ideale per analizzare le vicende politiche, il valore del linguaggio come affermazione dell’identità sia dell’individuo che della collettività sono le fondamenta su cui la scrittrice ha costruito la sua letteratura. Atwood è autrice prolifica e curiosa, ma il fulcro attorno a cui ruota quasi ogni sua opera è l’analisi del potere e quest’ultima raccolta di poesie non fa eccezione. L’effetto più potente di questi versi è lo straniamento – le scene poetiche e prosastiche di Atwood si concludono spesso con un colpo di ferocia e violenza inaspettate – restituito con la precisione chirurgica con cui la Atwood rappresenta il rapporto di potere e di dipendenza congenito a molte relazioni d’amore. «E non c’è nulla/ che io voglia fare riguardo al fatto/ che sei infelice & malato/ non sei malato & infelice/ sei solamente vivo & fino al collo».

La raffigurazione del vittimismo – atteggiamento che si articola in routine linguistiche povere e sciatte – la caparbietà con cui ci si ostina a non spostarsi dalla percezione di sconfitti diventa poesia militante per la liberazione del sé.
Ma non è concepibile, nell’orizzonte letterario della Atwood, un sé sgranato e spogliato dalla collettività. Tutte le sue opere raccolgono immagini e dinamiche della comunità umana, senza la quale non esiste amore, senza il quale non esiste politica: «Imperialista, stai alla larga/ dagli alberi dissi./ Inutile: cammini all’indietro,/ rimirandoti le orme». In questo senso la scrittura di Atwood è sempre un atto politico che non vuole prescindere mai dalla collettività. La solitudine recata dal potere subìto – e del potere agìto, pensiamo al Comandante de Il Racconto dell’Ancella – crea desiderio, e il desiderio di avere un corpo si identifica con la scrittura.

C’è, in Esercizi di potere, una limpidezza che sgomenta: qui Atwood spariglia le carte riappropriandosi di una lingua poetica che equivale al Middle English di Geoffrey Chaucer – la citazione non è peregrina, dato che per The Handmaid’s Tale Atwood è debitrice proprio ai Canterbury Tales. In questo senso ricorda da vicino la scozzese Carol Ann Duffy di The World’s Wife (pubblicato in Italia da Le Lettere con il titolo La moglie del mondo e curato da Giorgia Sensi e Andrea Sirotti). La quotidianità di Atwood è la pacatezza che nasconde – o che precede – la rovina; è il crinale che separa la salvezza dall’annientamento su cui tutti noi camminiamo; è l’immaginario in cui casa, porta, storie, sangue sono le parole chiave.

È la crudeltà da cui ci sentiamo attratti, di cui siamo dipendenti, che esercita, e continua a esercitare il suo potere su ciascuno di noi: «Considerando gli animali in sparizione/ il proliferare di fogne e di paure/ l’addensarsi del mare, l’aria/ prossima a estinguersi/ dovremmo essere gentili, dovremmo/ sentire l’allarme, dovremmo perdonarci/ Invece siamo contro, ci/ tocchiamo come chi aggredisce,/ i doni che portiamo/ persino in buona fede forse/ nelle nostre mani si deformano in/ dispositivi, in stratagemmi». La prima edizione di Power Politics è del 1971: lo Zeitgeist, certo, ma, con buona pace di Goethe, anche la cura, la disciplina, e il talento.