È morto Sante Notarnicola che era il numero 2 del Cavallero, nel senso del bandito. Per avere un’idea, andate su YouTube e guardate restaurato e gratuito il film di Carlo Lizzani Banditi a Milano. La versione in rete ha di buffo che è stata restaurata per i tedeschi e si vedono i milanesi che dal giornalaio leggono giornali tedeschi sui “Banditen”. Ma i Banditen di allora erano diversi e strani. Sante Notarnicola fu anche un poeta, ma anche un quasi brigatista rosso, nato ragazzo di ringhiera delle case per emigrati a Torino, lui che veniva dalla Puglia e che scrisse in versi stringati e potenti la sua “valigia di cartone”.

Le valigie di cartone puzzavano di mortadella e arance sbucciate con le mani, l’alito sapeva di aglio, la polizia inseguiva con le Giulia dell’Alfa in color verde militare, i poliziotti sembravano tutti messicani e avevano l’accento del Sud come “el brutt terùn” della canzone “Ma mì” di Giorgio Strehler, dove il brutt terùn era il commissario collaborazionista. Le rapine furono in serie, finirono male con morti ammazzati a caso in una Milano che ancora ignorava la droga, era sindacalizzata in giacca e cravatta, quasi alle soglie del ’68, quando erano ancora vivi quelli che avevano fatto la guerra e vivi molti partigiani di cui Cavallero si sentiva consanguineo e Notarnicola anche.

Nel film di Lizzani, Cavallero è Gian Maria Volonté. Un Volonté bello e sfacciato che predicava una filosofia fatalista un po’ rivoluzionaria ma anche reazionaria. Era l’epoca in cui la violenza e la pratica delle armi accomunava rossi e neri, benché la tregua durasse ormai da vent’anni. Notarnicola prese l’ergastolo per tre morti inutili, figli di mamma e di mamme ce n’erano anche altrettante e tutte piangevano in coro, anche le madri giovani della Milano bene con la capigliatura alla Audrey Hepburn e le minigonne alla Mary Quant. Femminismo, zero, tutta politica a chiacchiere, ma era l’epoca in cui la criminalità era ancora “la mala” e Ornella Vanoni cantava con passione sociale e voce sexy “senti, come la vosa la sirena, guarda come viene giù el Nicolèn”. Era una Milano ma era anche Torino, due città così vicine che da sempre gli amanti si danno appuntamento all’uno e all’altro capolinea.

Era una Milano del boom economico ma ancora immersa in una antica temperanza, e chi faceva il gradasso aveva ancora un retroterra meneghino della mala, così com’era un’altra mala quella raccontata da Simenon o quella dei Duri a Marsiglia di Giancarlo Fusco. Roma aveva avuto il suo Gobbo del Quarticciolo e la Magliana era ancora in fieri. Ma la mala milanese era già razziale – Nord e Sud – era politica con gli ex partigiani e gli ex fascisti, piccolo borghese con una prateria di figli di papà e di mamma anche se rapinatori, ma gentili in casa, con i capelli ben riavviati e giocavano a calcio nei campetti e si organizzava un colpo come si mette su una fabbrichetta. Anche a Sante, ormai dietro i suoi boccali di birra, nel pub che aveva aperto a Bologna, l’ha ammazzato il Covid e aveva 82 anni e certamente a lui nessuno gli aveva fatto uno straccio di vaccino, perché i vaccini – se vogliamo stare al gioco letterario – se li son presi prima i signori avvocati e giudici e generali, e i soliti conti e contesse e sindacati e corporazioni, come sempre in Italia. Non è che il vaccino lo dai a chi crepa perché ha l’età in cui si crepa e Notarnicola è crepato con beffa, nel senso che era sicuro di avercela fatta, sembrava in vita ed era morto.

Qualche anno fa aveva commosso Primo Levi, la potete leggere qui la lettera che gli inviò lo scrittore, qualche anno prima di morire, alla fine degli Ottanta. Bellissima. Aveva sofferto, Sante, inferto dolore e patito dolore. Per questo ci aveva provato: aveva provato a fare squadra con il superstite di Auschwitz che lo aveva respinto, cioè aveva respinto le sue tesi, e però si era commosso: i versi appartengono a chi soffre, come te – gli aveva detto – gli altri versi sono gratuiti ed inutili. Se vogliamo capire quei fatti, quel clima – siamo nel 1967, è quello l’anno della grande rapina a Milano – e dunque anche l’uomo che ieri se ne è andato ancora bello e barbuto, dobbiamo agire sulla nostra macchina del tempo. L’Italia di allora era uscita dalla crisalide della guerra ed era diventata operosa, elegante, sempliciotta, appena un po’ viziosa. Ma neanche tanto. Più sbruffona che cinica. E Money Heist, o Le grisbì in francese, insomma il malloppo, il bottino, il colpo perfetto era ancora un mito ai confini del letterariamente lecito La differenza nella banda Cavallero stava nell’uso delle armi: giustificato perché si agiva anche in una (molto vaga, ma sempre d’effetto) guerra di classe. Durante i giorni del rapimento Moro, i brigatisti chiesero la liberazione di tredici criminali comuni fra cui Cavallero e Notarnicola. Ma erano tutti i giacca e cravatta, rasati e senza barba, i ragazzi con il ciuffone, le ragazze con l’arietta sperduta elegantina, una brezza di identità femminile sotto tutela. Lo Stato non trattò. Loro restarono dentro ancora parecchi anni.

Uscito di galera Sante aveva sentito il nuovo mondo intorno a sé. L’attrazione per il sociale, ma anche sotto forma di osteria. La vanteria diventava poesia, spesso di pregio e comunque autentica. Prima delle vere rapine si era anche dato agli espropri proletari in cui si rubava e rapinava, ma sempre con giustificazione della maestra Rivoluzione. Gli andò malissimo, a lui e Cavallero la grande rapina al Banco di Napoli del 25 Settembre del 1967, che per loro era come il bancomat (ma il bancomat ancora non esisteva). Sbruffoni, spavaldi, a quell’epoca si lasciavano impronte e qualcuno prese il numero della targa. Niente cellulari, niente GPS, tutto a naso, stridore di gomme tra la folla, bambini terrorizzati nel parco: la banda Cavallero che corre spavalda con la millecento e fa a gara con “madama” (la polizia) alle spalle, e la madama era impiegatizia e panzona, poco esperta, mentre una gang come quella di Notarnicola e Cavallero era moderna. Futurista, leninista, tutto.

Sante aveva raggiunto dal paese pugliese, Castellaneta, la madre a Torino che era ancora ragazzo. Era come arrivare ad Ellis Island New York e finire a Little Italy. Le case di ringhiera sono la sua Brooklyn e, come nella New York di Sacco e Vanzetti, così a Torino si parla molto di rivoluzione, attentati, la classe operaia che non va in paradiso (Gian Maria Volonté è memorabile per la sua versione dell’operaio alla carena di montaggio in cui scandiva i tempi con il ritornello “un culo – un pezzo – un culo – un pezzo…”. Era un’epoca in cui i ragazzi stavano un po’ con gli ex partigiani, ma anche nella Fgci e poi nel Pci, sempre con la storia delle rivoluzione che s’ha da fare quando invece Togliatti ha detto di no, che non s’ha da fare e loro invece a sognare se non la rivoluzione, almeno una sorda ma dichiarata – dunque gloriosa, malloppo a parte – lotta di classe dei poveri contro i ricchi, perché in fondo è anche questo un modo di stare dalla parte del bene, salvo incidenti e comunque mi considero un prigioniero politico, ma chiedo umanità e delicatezza con la mia vecchia mamma e cara moglie.

La rivoluzione dietro l’angolo era ancora un paravento, una speranza, un alibi, una quinta di teatro buona per tutti gli usi, basta ripiegarla e conservarla in magazzino fino alla prossima rapina. Così andò a Sante Notarnicola che poi non si pentì mai ma cambiò strada, si mise al passo con i tempi, capì che aveva fatto soffrire e che aveva sofferto. E quel bar, o pub, di Bologna era il suo piccolo limbo, o infernetto in cui condividere versi, ricordi, parole e vecchie emozioni era diventato la sua ultima dimora prima della morte che ieri ne ha reclamato la rottamazione, e se ne è andato. Il pub si chiama Mutenye in via Pratello e lì si faceva un sacco di sociale, sogni e birra artigianale, amicizia nostalgica e una tenera rudezza nel cuore. Ha scritto molti libretti di poesia e prosa ed ha avuto premi, è stato riconosciuto come campione di criminale politico inquadrato nel tempo e nei suoi sogni, illusioni e malavita.

Non era un santo, neanche come bandito della mala: il 16 gennaio del 1967 durante una rapina a Cirié aveva ucciso di sua mano un povero medico che non aveva fatto niente, forse lo aveva ammazzato per dare l’esempio, ma lo aveva proprio ucciso ed era il dottor Giuseppe Gajottino e quando la polizia arrivò ci fu un conflitto a fuoco alla disperata ci lasciarono la pelle in tutto quattro persone. Dunque, nessuna meraviglia o particolare pietà per Notarnicola e Cavallero che ebbero l’ergastolo nella sentenza dell’8 luglio 1968 (un solo anno di processo). Sante aveva 30 anni. Poi si era dato al sociale come molti ex di quella parte: consapevoli ma mai fino in fondo del male fatto. Un grande psicoanalista italiano, Piero Bellanova, in quegli ani mi raccontò che molti terroristi chiedevano aiuto alla psicoanalisi per lenire i tormenti del “senso di colpa” per le morti provocate. E gli psicoanalisti rispondevano che non si trattava di “sensi di colpa”, cioè fantasie di colpe non commesse, ma di rimorso per colpe reali il cui dolore non è medicabile.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.