Mario Draghi prende la parola al Senato e mette in fila un discorso di 36 minuti fatto di ‘bastone e carota’, alternando aperture e bacchettate ai partiti, in particolare Lega e Movimento 5 Stelle, le due componenti della maggioranza più riottose.

Nel suo intervento in Aula, richiesto da Mattarella dopo il ‘no’ del capo dello Stato alle dimissioni del premier e dunque la ‘parlamentarizzazione’ della crisi politica, il messaggio chiave del presidente del Consiglio arriva proprio sul finire del discorso.

Ai partiti e ai parlamentari Draghi chiede di “ricostruire il patto di fiducia” crollato dopo il ‘no’ dei 5 Stelle al Decreto Aiuti. “Siete pronti a confermare quello sforzo che avete compiuto nei primi mesi, e che poi si è affievolito? Siamo qui, in quest’aula, oggi, a questo punto della discussione, perché e solo perché gli italiani lo hanno chiesto. Questa risposta a queste domande non la dovete dare a me, ma la dovete dare a tutti gli italiani”, le parole del premier.

Ma prima di questo passaggio il discorso del presidente del Consiglio, non applaudito né dalla Lega di Salvini né dai 5 Stelle di Conte, che proprio al Senato conta sull’ala più ‘barricadera’ del partito, aveva provocato più di qualche brusio nell’Aula.

Le chiusure

‘Colpa’ delle chiusure di Draghi su alcuni temi centrale per i due partiti. A partire dal ddl Concorrenza approvato al Senato e citato dal premier, che ha portato in queste settimane agli scioperi selvaggi dei taxi, difesi a spada tratta proprio dal Carroccio. Disegno di legge che contiene una seconda misura indigesta per Salvini, quella delle concessioni balneari. Norme che Draghi considera invece fondamentali “rimuovere gli ostacoli all’apertura dei mercati, alla tutela dei consumatori”.

Sul sostegno alle istanze dei tassisti le parole di Draghi sono state particolarmente dure: “Ora c’è bisogno di un sostegno convinto all’azione dell’esecutivo, non di un sostegno a proteste non autorizzate, talvolta violente contro la maggioranza di governo”, l’accusa chiaramente indirizzata al Carroccio.

Altro punto che non avrà fatto piacere né a Lega né ai 5 Stelle è quello sull’Ucraina. I due partiti, per le meno ‘scettici’ sulle forniture di armi a Kiev, hanno dovuto fare i conti su nuove parole di pieno sostegno a Zelensky, sentito telefonicamente ieri da Draghi, perché “armare l’Ucraina è il solo modo per permettere agli ucraini di difendersi”, ha detto il premier al Senato. In politica estera, è stato l’atto di accusa dell’ex Bce,” abbiamo assistito a tentativi di indebolire il sostegno del Governo verso l’Ucraina, di fiaccare la nostra opposizione al disegno del Presidente Putin”.

Bocciatura netta anche al sostanzioso scostamento di bilancio chiesto a più riprese da Salvini, che ipotizzava un valore di 50 miliardi di euro. “Quest’anno, l’andamento della finanza pubblica è migliore delle attese e ci permette di intervenire, come abbiamo fatto finora, senza nuovi scostamenti di bilancio”, le parole di Darghi, che ha ricordato come invece “le richieste di ulteriore indebitamento si sono fatte più forti proprio quando maggiore era il bisogno di attenzione alla sostenibilità del debito”.

Ancora sul piano fiscale c’è una evidente bocciatura per i propositi salviniani di una ‘Quota 41’ per le pensioni. Per Draghi l’obiettivo è quello di una riforma “che garantisca meccanismi di flessibilità in uscita in un impianto sostenibile, ancorato al sistema contributivo”.

Appaiono invece come ‘definitive’ le parole sulla politica energetica, che non faranno piacere ai 5 Stelle. In particolare sulla richiesta di accelerazione in merito ai due rigassificatori di Piombino e Ravenna, osteggiati dalla popolazione locale e del ‘partito del No’ rappresentato dai pentastellati. Al contrario per Draghi il via libera alle due opere è ormai “una questione di sicurezza nazionale”, anche perché “non è possibile affermare di volere la sicurezza energetica degli italiani e poi, allo stesso tempo, protestare contro queste infrastrutture”, è la stoccata del premier.

Le aperture

Aperture sono arrivate in particolare ai 5 Stelle, che hanno legato il sostegno all’esecutivo a “risposte chiare” di Draghi ai nove punti del documento che Giuseppe Conte ha consegnato al premier nel loro faccia a faccia a Palazzo Chigi.

L’agenda sociale del presidente del Consiglio è infatti un discreto assist a Conte. Draghi assicura infatti che entro i primi giorni di agosto va adottato “un un provvedimento corposo per attenuare l’impatto su cittadini e imprese dell’aumento dei costi dell’energia, e poi per rafforzare il potere d’acquisto, soprattutto delle fasce più deboli della popolazione”.

Due i passaggi chiave. Il primo sul rinnovo dei contratti collettivi e dunque sul salario minimo, due opzioni strettamente collegate. Ricordando in Aula il dibattito in corso e la prossima approvazione in sede europea della direttiva sul salario minimo, Draghi ha sottolineato che “in questa direzione che dobbiamo muoverci, insieme alle parti sociali, assicurando livelli salariali dignitosi alle fasce di lavoratori più in sofferenza”.

Quanto al reddito di cittadinanza, il premier stoppa con le sue parole le richieste di parti della maggioranza di cancellare tout court la misura simbolo dei 5 Stelle, anzi la definisce “importante per ridurre la povertà”. Allo stesso tempo evidenzia come “può essere migliorato per favorire chi ha più bisogno e ridurre gli effetti negativi sul mercato del lavoro”.

Alla Lega l’assist è arrivato su un tema caro al Carroccio. Guardando agli impegni che attendono il governo, Draghi ha puntato l’attenzione sulla riforma del sistema dei medici di base ma soprattutto sulla “discussione per il riconoscimento di forme di autonomia differenziata“.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia