Quando mi hanno detto che il giudice Franco voleva incontrarmi, la cosa mi ha stupito ed anzi contrariato: non desideravo riaprire in nessun modo una vicenda che mi aveva profondamente ferito sul piano umano prima ancora che su quello pubblico. In quei mesi stavo seriamente pensando di lasciare tutto – prima di tutto la politica – e di tornare a dedicarmi ad attività umanitarie in Africa con Don Luigi Verzé, come avevo cominciato a fare dopo che il nostro ultimo governo, era stato costretto alle dimissioni da una manovra di palazzo. Alcuni amici e collaboratori mi convinsero a ricevere il magistrato: insistettero sul dovere che avevo di fare tutto il possibile per fare chiarezza su quella vicenda, nei confronti dei tanti che non avevano mai smesso di credere in me, nelle mie idee, nel mio onore di cittadino, di imprenditore e di politico.

Quella che venne da me a palazzo Grazioli era una persona molto diversa da quella che mi aspettavo: ebbi l’impressione di un uomo schivo, di un uomo che provava una grande difficoltà di esprimersi, ma soprattutto di un uomo dimesso tormentato da una grave crisi di coscienza. Un uomo combattuto fra la sua onorabilità di magistrato, il dovere di servire la legge e le legittime preoccupazioni per le ritorsioni che avrebbe potuto subire da parte di qualche collega molto potente, che godeva di protezioni ancora più potenti. Per questo lo rassicurai sul fatto che non avrei reso pubblico il contenuto del nostro colloquio fino a quando quei rischi fossero stati reali. Non volevo mettere in difficoltà quella che mi sembrava una persona perbene che era stata costretta ad un comportamento che gli ripugnava. Non potevo però tenere nascosta una notizia così grave nelle sedi istituzionalmente competenti, in questo caso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, alla quale si erano rivolti i miei difensori per chiedere giustizia su una sentenza profondamente iniqua, insostenibile nelle sue motivazioni e adottata con una procedura anch’essa iniqua e del tutto anomala.

In alcune circostanze pubbliche ho anche accennato a queste notizie che mi erano pervenute, senza mai venir meno all’impegno che avevo preso di mantenere riservata la fonte e i contenuti precisi. Parlo di un impegno con me stesso: il giudice Franco non mi aveva chiesto nulla, nessuna garanzia e ovviamente nessuna contropartita – una richiesta che del resto non avrei neppure preso in considerazione. L’anno scorso quando ebbi notizia della sua scomparsa ne sono stato sinceramente dispiaciuto. Mi era parso una persona perbene, che aveva compiuto nei miei confronti un gesto assolutamente gratuito e per lui rischioso.

Uno gesto che forse servirà non a risarcire me, ma a ricostruire la verità storica, a gettare luce su una grave anomalia del nostro sistema giudiziario e su una grave alterazione della democrazia rappresentativa nel nostro Paese. Per questo alla fine, su insistite richieste dei miei difensori, ho reso noti i contenuti di quella conversazione, e ringrazio un giornale coraggioso e libero come il Riformista per averli diffusi. Credo che ristabilire la verità sia nell’interesse non solo di Forza Italia o mio personale, ma di tutti gli italiani, di tutte le parti politiche ed anche della maggioranza dei magistrati, che non meritano di essere accomunati ai comportamenti scorretti di colleghi ideologicamente orientati che esercitano un grande potere. Sono convinto che l’Associazione Nazionale Magistrati, se volesse veramente tutelare la magistratura italiana come merita, dovrebbe essere la prima a sostenere la nostra richiesta di verità.