Quella di Squid Game non è solo una storia di un successo clamoroso, quanto inaspettato, mondiale e virale. È anche la stessa storia di Scarface, Gomorra, L’Esorcista: di un film, una serie televisiva, un prodotto cinematografico che è già un cult ma che già divide sul solito punto, quello dell’emulazione, e anche su quello dei traumi. Bambini che, in questo caso, nell’intervallo delle lezioni giocano a “1, 2, 3 Stella” come succede nella serie tv e che imitano gli spari e quindi l’eliminazione fisica di chi perde. O addirittura presi a schiaffi e percossi dai coetanei sempre perché hanno perso al gioco.

A segnalare e denunciare il caso Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ricercatore al dipartimento di Scienze biomediche dell’Università degli Studi di Milano, autore di saggi e manuali. Ha scritto un lungo post su Facebook riportando il messaggio di una docente di una Scuola Primaria. Prima però: che cos’è Squid Game? Un prodotto Netflix, 456 concorrenti in gara per un death game o survival show. Persone disperate, in crisi, in piena povertà o quasi arruolati con un po’ di inganno e mistero in una gara mortale. Chi vince intasca 45.600.000.000 won: 33 milioni di euro. Le prove sono dei giochi da cortile dalle conseguenze estreme: chi vince va avanti, chi no viene eliminato: ucciso. Una sorta di favola splatter sul capitalismo e la società della competizione quella scritta dall’autore Hwang Dong-hyuk, che ci ha lavorato per 10 anni, vedendo il suo lavoro spesso cestinato.

Il messaggio, quindi, segnalato da Pallai è di un’insegnante, e fa così: “In questi giorni è venuto alla luce la visione da parte di gran parte dei miei alunni della serie Squid Game visibile su una piattaforma che trasmette principalmente serie televisive. Ho trascorso 2 giorni a colloquiare con i miei alunni per capire come lo avessero conosciuto, come e con chi lo avessero visto e il tipo di emozione o motivazione che suscitava in loro […] Durante la ricreazione li vedo spesso giocare a 1 ,2, 3, stella simulando la squalifica dei compagni con il gesto della pistola. E io che fino a poco tempo mi ero quasi commossa nel vederli giocare in gruppo a dei giochi dei vecchi tempi. Solo ora traggo l’amara realtà”.

Pellai ammette di non aver visto la serie tv, ma è al corrente delle sue immagini forti, spatter, e precisa come sia vietata a un pubblico di età inferiore ai 14 anni. “Quando sei bambino/a o preadolescente la tua mente non è in grado di gestire la complessità di alcune esperienze a cui puoi avere accesso, ma per cui non possiedi competenze emotive-cognitive di rielaborazione e integrazione dentro di te. È qualcosa di cui noi genitori dobbiamo essere assolutamente consapevoli. Altrimenti – spiega il medico – nella vita dei nostri figli entra il peggio e nella loro mente, dimensioni ed esperienze che hanno significati e risvolti emotivi enormi (la vita e la morte lo sono; la violenza fine a sé stessa lo è; il gioco che si trasforma in esperienza per vincere soldi o per subire la morte lo è) si depositano in modo caotico e disorganizzato. Potendosi anche trasformare in esperienze traumatizzanti, ovvero che il soggetto non riesce a gestire nella propria psiche. E perciò ne rimane disturbato e impattato. Bambini che guardano ‘Squid game’ e poi ne simulano le azioni nel loro gioco durante l’intervallo scolastico forse stanno semplicemente imitando ciò che hanno visto. O forse ci stanno comunicando che dentro di loro è entrato “qualcosa” che devono buttare fuori, perché non sanno dove metterlo. Il gioco è il loro modo per tentare di farlo”.

Pellai racconta anche come tanti suoi pazienti adulti non hanno mai superato la visione di certi horror, come L’Esorcista, in quanto “certi contenuti non vengono ‘metabolizzati’ quando la mente non ha le competenze per riuscire a farlo”. Insomma “’vietato ai minori di 14 anni’ non è un messaggio che reprime la crescita: in casi come questi la protegge, la sostiene e la promuove” e “adulti con la A maiuscola non permettono ai bambini di vedere “Squid game”. E in una società civile si dovrebbe fare di tutto perché ciò non avvenga”. Di questi giorni la notizia dal Belgio con genitori e insegnanti preoccupati dai casi di emulazione, anche tra bambini delle scuole elementari, della serie. Con schiaffi e percosse a chi perdeva. Episodi denunciati da una scuola e perfino da un sindaco, della città di Erquelinnes, come riportato da Rtl-Info. Considerando il divieto sotto i 14 anni, i bimbi avranno visto la serie tramite adulti o attraverso i social network. Il dibattito è – anzi resta – aperto.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.