Pippo Callipo si è dimesso dal consiglio regionale calabrese. Eletto nella coalizione del Pd voluta da Zingaretti che, a gennaio, aveva perso contro Jole Santelli, forzista, alla testa del raggruppamento di centrodestra. È un imprenditore di successo, voleva portare il mondo del fare nella Cittadella della Regione, rivoluzionare la politica, spezzare le cerchie e infrangere gli specchi dell’immobilismo. I calabresi non avevano creduto a sufficienza nella sua proposta, e Zingaretti per imporne la candidatura era andato a uno scontro durissimo col Pd locale: ne era derivata l’epurazione del presidente uscente Oliverio, la non ricandidatura di tanti consiglieri passati. La Calabria avrebbe dovuto rappresentare il laboratorio di un nuovo modello politico, da riproporre poi localmente e anche in ambito nazionale: il nuovo che sostituisce il vecchio, l’azione che travolge l’immobilismo.

I calabresi che non avevano creduto alla possibilità di scardinare un sistema antico, ora si vedono dar ragione proprio dall’assaltatore a un transatlantico che non c’è iceberg che possa turbarne la navigazione. «L’attività del Consiglio si svolge assecondando liturgie politiche che impediscono la valutazione delle questioni sulle quali l’Assemblea è chiamata ad esprimersi, impedendo quindi che il Consiglio stesso renda quel servizio al quale dovrebbe tendere istituzionalmente», ha detto l’imprenditore, re del tonno, prima di andar via, in un comunicato in cui i calabresi ci leggono: che è consuetudine non disturbare chi comanda, che al volere della maggioranza, per prassi, ci si adegua-. Che magari è così pure da altre parti, che forse pure al centro della Nazione ci si comporta in questo modo.

E i calabresi non è che abbiano voglia di fingere scandalizzazione inopportuna: ma lo scatto di Callipo, oltre a dare un senso a una campagna elettorale moscia, a un’attività politica, in Consiglio, evanescente, è un pugno dato a un pugile già sconfitto, il cui coach ha gettato la spugna, e se ne sta a testa bassa nel suo angolo di dolore. Non se lo aspettava un altro pugno. Non c’era ragione, la resa era incondizionata e qualcuno stava infilando un chiodo al muro in attesa dei guantoni. Callipo è un Cristo che si presenta davanti alla tomba di Lazzaro e, sorprendentemente, annuncia che non ci sarà resurrezione, perché lui non ne sa fare di miracoli. E anche se solo pochi calabresi avevano creduto al suo verbo, il comunicato della resa è troppo brutale per vederselo recapitare prima che fosse iniziata la lotta. E a Zingaretti che forse non la conosce la cautela da dedicare agli illusi, che ai rassegnati non vanno fatte promesse se già si sa che verranno tradite, bisogna riconoscerglielo, ha trovato un campione che ha detto la verità: in Calabria opporsi non è previsto.