Niente da fare, Enzo Bianchi non lascia Bose per trasferirsi come da accordi in Toscana. La storia è quella ormai nota del fondatore della comunità monastica in Piemonte, che avrebbe dovuto lasciare per recarsi a Cellole, vicino San Gimignano, in un altro degli eremi collegati a Bose, a causa dei problemi di Bianchi con i confratelli e il suo successore. 

Bianchi avrebbe dovuto completare il trasferimento prima dell’inizio della Quaresima, cioè ieri, come indicato dal Decreto del Delegato Pontificio dello scorso 4 gennaio. Il monastero invece ha dovuto sottolineare “con profonda amarezza” che il frate fondatore Enzo Bianchi da Bose non si è mosso, così come “alcuni fratelli e sorelle disposti a seguirlo per fornirgli tutta l’assistenza necessaria”.

I frati di Bose ricorda quindi come la comunità “ha dovuto rinunciare alla sua Fraternità di Cellole affinché fosse rispettata l’indicazione del Decreto singolare approvato in forma specifica dal Papa che prevedeva per frate Enzo un allontanamento da Bose e dalle sue Fraternità. Agendo così la Comunità aveva cercato una modalità di osservanza del Decreto singolare che permettesse a frate Enzo di andare a vivere in un luogo da lui amato, alla cui ristrutturazione aveva contribuito attivamente, arrivando a determinare anche la disposizione dei locali atti ad accoglierlo una volta dimessosi da priore. Con la soluzione indicata i fratelli extra domum avrebbero continuato a godere di tutti i diritti propri dei membri professi della Comunità, come la partecipazione ai Consigli”.

La comunità di Bose sottolinea anche come, per consentire il trasferimento in Toscana, i fratelli già presenti a Cellule si erano spostati a Bose “e altri due, tra quanti avevano dato la propria disponibilità, si sono recati a Cellole per predisporre al meglio l’arrivo” di Bianchi. Una “mano tesa” che invece “non è stata accolta e ora la Comunità dovrà anche affrontare l’impegnativo onere di far ripartire la Fraternità di Cellole, poiché la sua chiusura avrebbe prodotto piena efficacia solo a partire dall’arrivo di frate Enzo alla Pieve”.

Come sottolineato da Fabrizio Mastrofini su questo giornale, nella vicenda che coinvolge Bianchi c’è “un fondatore che prima capisce la necessità di farsi da parte (è fondatore, mica può restare in eterno a comandare, vista l’età) e dopo qualche tempo si accorge che ha veramente una zero capacità a farsi per davvero da parte. Però in mezzo i suoi confratelli hanno nominato un altro priore – hanno preso sul serio la rinuncia – salvo scoprire che proprio non si riesce ad andare d’accordo”.

Sulla sfondo la questione Bose, ovvero la questione di non poco conto per cui “non si sa nulla dei criteri di ammissione e quindi possiamo legittimamente aspettarci una scarsa capacità di gestire i conflitti. Quei conflitti interpersonali che hanno la capacità di sfasciare e avvelenare qualunque realtà quando non vengono gestiti”.